L’università viene spesso raccontata come il tempio della meritocrazia: “Chi studia e si impegna ce la fa”, “È un investimento sul futuro”, “Gli anni più belli della vita”. Questa narrazione, apparentemente innocua, si è trasformata in un dogma che schiaccia chiunque non riesca a conformarsi. Il problema non è l’università in sé, ma la cultura che la circonda: un immaginario che alimenta la convinzione che fallire significhi essere inadeguate e inadeguati come persone. Ecco perché dobbiamo parlare di università e salute mentale.

La realtà è che l’università italiana (e non solo) è sempre più un ambiente competitivo, stressante, con poche tutele psicologiche e una pressione costante verso la performance. Non è un caso che negli ultimi anni si stia assistendo a un fenomeno inquietante: il suicidio tra persone universitarie è in crescita.
Secondo dati ISTAT e ricerche universitarie, il suicidio in età giovanile è oggi la seconda causa di morte nella fascia 15-29 anni. Nel 2023, in Italia, si è parlato di un incremento significativo dei casi legati al fallimento percepito in ambito accademico. Eppure, se ne parla poco. Perché? Forse perché incrinerebbe la favola che ci siamo raccontate e raccontati: quella dell’università come ascensore sociale, luogo dove “vince chi è più bravo”.
La meritocrazia è un mito (ed è tossico)
Il mito della meritocrazia dice: se lavori sodo, arriverai in cima. Sembra giusto, ma è falso. Non tiene conto delle disuguaglianze economiche, di genere, territoriali, né delle differenze neuropsicologiche. Chi studia fuori sede spesso affronta spese insostenibili: affitti, trasporti, cibo. Chi proviene da famiglie con basso reddito o da contesti violenti parte già svantaggiata/o. E chi vive con un disturbo d’ansia, una depressione, un ADHD?
Invece di riconoscere questa complessità, la narrazione dominante continua a premiare il modello della persona “performante”: sempre presente, produttiva, eccellente. Chi rallenta è fragile, chi chiede aiuto è debole, chi si ferma è “non abbastanza”. È una cultura che somiglia più a un’azienda che a un luogo di conoscenza.
Pressione da record: quando l’eccellenza diventa una gabbia
Non basta laurearsi: bisogna farlo in corso, con il massimo dei voti, magari con un Erasmus, tirocini, esperienze extracurriculari, competenze digitali. È la retorica del “curriculum perfetto”, che si traduce in ansia cronica e burnout.
La pressione non viene solo dall’università: spesso sono le famiglie a chiedere risultati rapidi, come se l’università fosse un orologio svizzero. “Quando ti laurei?”, “Ancora lì?”, “Tutti si sono già laureati tranne te”: frasi che scavano solchi profondi. Per molte e molti studenti, questo significa vivere ogni esame come una prova di valore personale. E quando si fallisce, non si fallisce un esame: si fallisce come persona.
Il silenzio che uccide
Nei corridoi delle facoltà si parla di tutto, tranne che di salute mentale. Poche università offrono sportelli psicologici strutturati, e quando ci sono, le liste d’attesa sono interminabili. Il tabù del disagio psichico resiste: ammettere di stare male equivale ad autodenunciarsi come inadatte o inadatti alla vita adulta.
Eppure i dati urlano: una ricerca del Censis evidenzia che oltre il 40% delle persone universitarie dichiara di vivere un livello alto di stress; il 30% segnala sintomi depressivi; il 14% pensa, almeno una volta, al suicidio. Sono numeri che dovrebbero scuotere le coscienze di genitrici, genitori, insegnanti e di chiunque contribuisca a formare le nuove generazioni.
Non basta dire “Ce la farai”: serve cambiare linguaggio
Dire a chi studia “basta impegnarsi” non è incoraggiamento, è negazione. Significa ignorare le condizioni strutturali che pesano sulle spalle di chi frequenta l’università. Serve cambiare il linguaggio: meno retorica del sacrificio eroico, più riconoscimento delle difficoltà reali.
Dobbiamo smontare l’idea che l’università sia una gara e sostituirla con la consapevolezza che è un percorso di apprendimento, non un test di sopravvivenza.
E se non fosse colpa loro?
Forse il problema non sono le studentesse e gli studenti “fragili”, ma una cultura che confonde il sapere con la performance, che premia la velocità più del pensiero critico. L’università dovrebbe essere un luogo di fioritura, non un campo di battaglia.
Se qualcuna o qualcuno vicino a voi frequenta l’università, ascoltatela o ascoltatelo. Non con frasi fatte, ma con domande autentiche. Perché dietro un sorriso o una media voti c’è, a volte, un dolore che non osa pronunciare il suo nome.


