Cultura psicologica Riflessioni

Il suicidio è la seconda causa di morte tra le giovani e i giovani

Non è un titolo a effetto ma un dato. Il suicidio è la seconda causa di morte tra le giovani e i giovani nel mondo. Dietro questa verità si nasconde il più grande fallimento sociale contemporaneo: l’incapacità di ascoltare. Perché di fronte a numeri che gridano, noi continuiamo a fare quello che ci viene meglio: mettere a tacere, minimizzare, dire che “è una fase” o che “ai nostri tempi non esistevano queste cose”.

Genitrici, genitori, insegnanti, persone adulte che dovrebbero essere presidi emotivi e invece diventano custodi del silenzio. E il silenzio, oggi, uccide più di qualsiasi arma. Il suicidio è la seconda causa di morte tra le giovani e i giovani.

Numeri che non si vogliono guardare

Secondo l’OMS, ogni 40 secondi una persona si toglie la vita. Tra i 15 e i 29 anni, il suicidio è la seconda causa di morte a livello globale. Non una malattia rara, non un incidente imprevedibile: è un fenomeno strutturale. Eppure non lo trattiamo come tale. Nessuna prima pagina, nessun dibattito collettivo che non si risolva in parole logore: “che tragedia”, “non si è visto nulla”, “era un ragazzo d’oro”. Frasi vuote che servono solo a tranquillizzare le coscienze.

Ma la verità è che i segnali ci sono sempre. Il problema è che non sappiamo leggerli. Non ci è mai stato insegnato a stare nel dolore, ad affrontare il disagio senza scappare. Perché per ascoltare non basta avere due orecchie: serve allenamento emotivo. Serve smettere di considerare la fragilità come una colpa.

La radice: un’educazione sorda

La vecchia generazione ama definirsi “più capace”. In realtà, è cresciuta senza strumenti e continua a credere che la forza coincida con il silenzio. “Stringi i denti”, “non piangere”, “passerà”: queste frasi, brandite come saggezza popolare, sono in realtà l’anticamera della solitudine. Una ragazza o un ragazzo che chiede aiuto e riceve in risposta “devi reagire” impara una sola cosa: che il suo dolore è un fastidio.

E allora, per non disturbare, tace. Si chiude in camera, o meglio, in se stessa o in se stesso. Si costruisce una prigione di cui lei, lui stesso è carceriere e prigioniero. Fino a quando l’unica via di fuga sembra diventare il gesto estremo.

Parlare non basta, serve ascoltare (ma chi ascolta davvero?)

Lo ripetiamo come un mantra: bisogna parlare. Ma parlare non basta se dall’altra parte c’è il vuoto. Non basta dire “parla con me” se poi non si è disposti a stare scomode e scomodi. Perché ascoltare è scomodissimo: significa lasciare andare il giudizio, smontare le proprie certezze, accogliere un dolore che non possiamo risolvere con una frase da poster motivazionale.

E qui si svela il vero cortocircuito: viviamo in una società iperconnessa, ma totalmente analfabeta emotiva. Sappiamo scrollare, non sappiamo sostenere. Mettiamo like alle frasi sull’empatia e poi, quando il problema bussa alla nostra porta, reagiamo come sempre: con consigli non richiesti, con frasi fatte, con il terrore di guardare il dolore negli occhi.

Il paradosso del rumore

Viviamo nel rumore costante: notifiche, feed, parole, suoni. Ma quando una ragazza o un ragazzo comunica qualcosa, non lo sentiamo. Perché per sentire bisogna fermarsi e fermarsi ci spaventa più della morte stessa. Forse perché nel dolore delle altre persone intravediamo il nostro. E allora preferiamo ignorarlo, archiviarlo come “dramma personale”, senza mai chiederci quale responsabilità collettiva ci sia dietro ogni suicidio.

Il problema non è che le giovani e i giovani non parlano. È che le persone adulte non ascoltano. E finché sarà così, il silenzio continuerà a pesare più della vita.