Cultura psicologica

Dalla favola al tabù: come cresciamo bambine e bambini senza parole per il dolore

Viviamo in una società che ama raccontare fiabe ai più piccoli. Favole in cui il bene trionfa, in cui la sofferenza è solo un passaggio breve prima del lieto fine. Ma cosa accade quando il dolore non è un ostacolo da superare in tre pagine, bensì una presenza concreta, quotidiana e spaventosa? Lutto, malattia, fragilità diventano presenze silenziose. Non se ne parla, non si nomina. Il risultato? Generazioni intere cresciute senza alfabetizzazione emotiva rispetto alla sofferenza.

Il paradosso della protezione: quando il silenzio fa più male delle parole

Nell’immaginario collettivo, l’infanzia è il regno della leggerezza, del gioco, del sorriso perpetuo. Le persone adulte – genitrici, genitori, insegnanti – spesso credono che nominare il dolore significhi ferire ulteriormente. Ma la realtà è opposta: non nominarlo crea vuoti. Quando una persona cara muore, si dice che “è partita per un viaggio”. Quando una genitrice o un genitore è malata o malato, si minimizza: “Tutto andrà bene”. La cultura dell’occultamento nasce da un intento protettivo, ma diventa una barriera: impedisce alle persone più giovani di comprendere cosa sta accadendo, di dare ascolto alle emozioni che già sentono.

Il dolore come tabù sociale: la vergogna delle fragilità

Il nostro tempo ha una paura profonda della vulnerabilità. La morte è nascosta negli ospedali, il lutto è privato, la malattia è quasi un fallimento personale. Questa visione si riflette nell’educazione: mostriamo solo la versione performante dell’esistenza, quella felice e senza crepe. Lo stesso accade sui social, dove il filtro della perfezione cancella le fatiche. Eppure, l’assenza di discorso non elimina la sofferenza: la rende indicibile. Le persone in crescita imparano presto che la fragilità è sconveniente, che piangere è “da deboli” e che la paura va nascosta.

Perché è un problema culturale e non solo psicologico

Non parliamo solo di emozioni, ma di cultura. In molte lingue, le parole legate al lutto sono ricche e stratificate; nella nostra, restano legate a formule stereotipate: “Sentite condoglianze”, “Il tempo guarisce le ferite”. Questa povertà linguistica non è neutra: influisce sulla capacità di elaborare l’esperienza. Non avere parole significa non avere spazi di pensiero. Se non insegniamo che la vita include la perdita, “costruiamo” persone adulte incapaci di reggere il dolore altrui, di sostare accanto a chi soffre. È così che si moltiplicano frasi come “Devi essere forte”, che sono in realtà comandi alla rimozione.

Cosa insegna la favola che non raccontiamo mai

Nel tentativo di edulcorare tutto, abbiamo tolto alle storie il loro potere di contenimento. Così crescono generazioni che non sanno riconoscere la sofferenza come parte del ciclo umano. Non sappiamo dire: “Sì, la vita a volte fa male. E io sono qui con te, dentro questo dolore”.

Il coraggio che serve alle persone adulte

Non si tratta di imporre discorsi cupi, ma di aprire possibilità di parola. Dire la verità con parole adeguate all’età è un atto di cura. Non serve spiegare ogni dettaglio, ma legittimare le emozioni: “Capisco che sei triste perché il nonno non c’è più”. Parlare del dolore non lo amplifica: lo rende condivisibile. Perché non nominare la sofferenza non la fa sparire, la rende solo più sola.

Non sono le bambine e i bambini a non saper parlare di dolore. Siamo noi adulte e adulti che abbiamo paura di farlo.

Questo editoriale promuove cultura psicologica, ma non sostituisce un percorso terapeutico. Se stai vivendo una situazione complessa, rivolgiti a professioniste e professionisti della salute mentale.