Ci sono sguardi che evitano, silenzi che urlano, comportamenti che sembrano capricci ma che in realtà sono grida d’aiuto ben camuffate. Nelle pieghe quotidiane della scuola, della casa, dei centri sportivi, si annidano gesti e reazioni che raccontano molto più di ciò che si vede. Eppure, troppo spesso restano invisibili, o meglio, invisibilizzati. Non perché siano impercettibili, ma perché chi dovrebbe vederli, le persone adulte, non è preparato a leggerli. O, peggio ancora, non vuole leggerli.
Parlare di “disagio infantile” sposta lo sguardo nel punto sbagliato. Come se il peso dell’inadeguatezza fosse sulle spalle piccole di chi cresce e non invece nel mondo adulto che quel disagio lo ha generato, alimentato, ignorato. L’incapacità sistemica di leggere e interpretare i segnali dell’infanzia e dell’adolescenza è un fallimento culturale prima ancora che educativo o relazionale.

Quando il silenzio racconta tutto
Il malessere nelle persone più giovani non si esprime sempre con parole. Anzi, quasi mai. (E, a dirla tutta, neanche tra le persone adulte con immaturità emotiva). Arriva sotto forma di insonnia, di improvvisi scoppi di rabbia, di difficoltà scolastiche, di enuresi, di regressioni o isolamento. Sono segnali sottili, ma inequivocabili. Il punto è: chi ha il coraggio e la lucidità per fermarsi a osservare?
Viviamo in una cultura dell’efficienza, che misura l’infanzia in termini di prestazioni. A scuola, nello sport, nei comportamenti. Bambine e bambini “bravi” sono quelli che si adeguano. Chi si oppone, chi protesta, chi è irrequieto o triste, viene etichettato come “problematico”. Ma non c’è nulla di più disfunzionale che interpretare la sofferenza come un problema da risolvere anziché come un messaggio da ascoltare.
Il malessere non nasce mai da solo
Dietro ogni sintomo c’è un contesto. Nessuna infanzia nasce fragile. Il malessere è spesso la risposta più lucida e coerente a un mondo che tradisce, confonde, abbandona. Quando una bambina ha paura di andare a dormire, non è lei ad avere un problema: è il mondo intorno a lei che è diventato minaccioso. Quando un adolescente si chiude nel silenzio, non è lui a essere sbagliato: forse è l’ambiente che non ha mai imparato ad ascoltarlo.
Parlare di questi temi senza scivolare nel pietismo è una responsabilità collettiva. Significa rifiutare la narrazione per cui la sofferenza sia una tara individuale da nascondere. Significa invece portare alla luce quanto spesso siano le persone adulte a non voler assumersi il compito educativo che comporta mettere in discussione i propri modelli, i propri silenzi, i propri automatismi.
Le bambine e i bambini ci parlano. E noi, abbiamo orecchie (capacità) per ascoltare?
Il problema, forse, è che il mondo adulto non sa cosa significhi davvero ascoltare. Molte persone non sanno farlo neppure con se stesse. Anestetizzate dal rumore della produttività e dalla frenesia quotidiana, finiscono per non riconoscere la delicatezza di un dolore che si esprime senza parole. Così, ci si aggrappa a diagnosi, etichette, soluzioni rapide e preconfezionate, sperando che “qualcun altro” si prenda carico dell’imbarazzo del confronto.
Ma la realtà è che non esistono strumenti validi se non c’è uno sguardo che accoglie. Non esiste psicoterapia, percorso educativo o protocollo efficace se prima non si ristabilisce una relazione autentica. Se prima non si disimpara a giudicare, e si impara, finalmente, ad accogliere.
Lo sguardo adulto è il primo strumento educativo
Non serve essere esperti o esperte di psicologia per accorgersi che qualcosa non va. Serve responsabilità. Serve onestà intellettuale. Serve la volontà, radicale e controcorrente, di mettersi in discussione. Perché ogni volta che una bambina o un bambino esprime malessere, ci sta dicendo che qualcosa, nel mondo che le e li circonda, non funziona.
E spesso ciò che non funziona ha a che fare con modelli educativi autoritari, ambienti domestici disfunzionali, scuole che non sanno accogliere una cultura delle differenze, linguaggi che colpevolizzano anziché comprendere. La sofferenza non è mai colpa di chi la manifesta. È un riflesso – potente, crudo, inevitabile – delle crepe del sistema.
Smettiamo di dire “cosa hai?” e iniziamo a chiederci “cosa non stiamo facendo?”
Le bambine, i bambini e le persone adolescenti non sono recettori passivi del mondo. Sono specchi. Riflettono ciò che ricevono, restituiscono il mondo così com’è. Se il loro comportamento ci turba, è tempo di guardare con più sincerità a ciò che offriamo loro. Perché la domanda più importante non è mai: “perché si comporta così?”, ma “cosa sto sbagliando io, come adulta o adulto, nel non vedere, nel non contenere, nel non proteggere?”
Il vero disagio, forse, è nostro. Loro, stanno solo cercando di sopravvivere.
Se ti trovi in difficoltà o riconosci in queste parole situazioni complesse, ricordati che è fondamentale rivolgersi a professioniste e professionisti della salute mentale. Questo spazio editoriale vuole offrire strumenti culturali e spunti di riflessione ma nessuna lettura può sostituire un aiuto psicologico competente.


