Parlare di affetto e sessualità con chi cresce – in casa, a scuola, nei luoghi di cura, negli spazi di aggregazione – è ancora oggi un atto rivoluzionario. Perché spesso se ne parla male. Con imbarazzo, con toni paternalisti, con paura. O peggio: con il silenzio.
L’amore, il desiderio, l’identità e il corpo non sono materie da relegare alla biologia o ai corridoi della scuola durante l’intervallo. Sono esperienze che attraversano la vita fin dalla primissima infanzia. Ma per riuscire a stare accanto a chi cresce su questi temi serve qualcosa che la nostra cultura spesso ha sottratto alle persone adulte: la possibilità di mettersi in discussione, di non sapere, di imparare a stare nel dubbio e nella complessità.

Perché è così difficile?
Molte genitrici, molti genitori, insegnanti, educatrici, educatori – persone con le migliori intenzioni – si trovano disorientate e disorientati. Hanno ricevuto un’educazione affettiva e sessuale (quando l’hanno ricevuta) fortemente impregnata di binarismi, stereotipi e silenzi. E ora, di fronte a una generazione che parla di identità fluide, consenso, relazioni, corpi non conformi e orientamenti LGBTQIA+, non sanno da dove iniziare.
Chi ci ha insegnato a nominare il piacere? Chi ci ha mostrato che si può desiderare senza possedere? Chi ci ha spiegato che amare non è sempre sinonimo di stare insieme?
Eppure oggi abbiamo una responsabilità importante: non possiamo più permetterci di crescere persone nel buio del non detto, del senso di colpa e della vergogna.
L’educazione affettiva e sessuale non è una lezione sull’anatomia
L’educazione affettiva e sessuale – quella autentica – non è una lezione sull’anatomia del corpo e sul “fare sesso”. È un percorso continuo, trasversale, che tocca la relazione con sé e con le altre persone, la costruzione dell’identità, la capacità di comunicare i propri confini e di rispettare quelli altrui. È anche una questione di giustizia sociale, di autodeterminazione, di lotta alle discriminazioni. È una questione di mettere in pratica l’empatia.
Nominare il ciclo mestruale senza vergogna, raccontare l’amore tra due ragazze in una favola, spiegare che le famiglie non sono tutte uguali, che il corpo può essere casa ma anche conflitto. Questo è educare alla sessualità e all’affettività.
Serve un linguaggio nuovo, che non infantilizzi né scandalizzi, ma accompagni. Che non giudichi, ma accolga. E serve soprattutto disinnescare il pregiudizio: parlare di sesso non incita a “fare sesso prima”, ma a viverlo meglio, con maggiore consapevolezza, libertà e rispetto.
Le parole contano. Anche quelle che non diciamo
Le parole costruiscono realtà. Il modo in cui nominiamo (o evitiamo di nominare) l’amore, il desiderio, i corpi, il consenso, incide profondamente sul modo in cui chi cresce percepisce se stessa, se stesso e il mondo.
Dire “non sei sbagliato” a chi esplora la propria identità di genere. Dire “il tuo corpo è tuo” a chi non sa dire no. Dire “puoi scegliere chi amare” a chi si sente sola o solo in un orientamento non eterosessuale. Tutto questo è un atto di vicinanza che può essere profondamente trasformativo.
Tante adolescenti e tanti adolescenti LGBTQIA+ vivono in ambienti dove la loro esistenza viene negata o “tollerata” come un’eccezione scomoda. La scuola e la famiglia possono diventare i primi luoghi di legittimazione e di cura. Ma solo se le persone adulte sono disposte a rileggere le proprie convinzioni, a chiedere aiuto a chi è più preparata e preparato. Nessuna persone nasce sapendo educare: si impara. Anche sbagliando. Ma, soprattutto, mettendosi in discussione.
Le domande sono più importanti delle risposte
“Come spiego il sesso a mia figlia?”, “E se mi chiede com’è nato suo fratello con la PMA?”, “Cosa dico a mio nipote se mi racconta di provare attrazione per un compagno di classe?” Le domande sono innumerevoli e tutte legittime.
Ma non serve avere sempre la risposta pronta. È molto più utile essere presenti, dire “questa domanda è importante, cerchiamo una risposta insieme”, ammettere “non lo so, ma voglio capirlo”. Essere persone adulte credibili non significa avere certezze, ma sapere abitare l’incertezza con dignità e responsabilità.
L’educazione affettiva e sessuale non fa male. Il silenzio, sì.
In Italia l’educazione sessuale non è obbligatoria. Questo vuoto istituzionale è spesso colmato da iniziative private, da progettualità scolastiche frammentarie, da associazioni che resistono alla censura e alla paura. Ma tutto questo non basta.
Serve un patto educativo tra scuola, famiglia e comunità. Serve uscire dalla logica dell’emergenza (parliamo di sesso solo quando scoppia un caso di revenge porn o un femminicidio) e costruire percorsi strutturati, continui, curati. Serve formare le persone adulte prima ancora di pensare ai contenuti per chi cresce. Serve che le madri e i padri si sentano parte attiva, non esclusi o inadeguati. Serve che la scuola abbia il coraggio di osare.
Perché la sessualità è politica, è relazione, è linguaggio. Non si può educare all’affettività se non si è disposte e disposti a rimettere in discussione ciò che ci è stato insegnato.


