LGBTQIA+

LGBTQIA+ e linguaggio: le parole che feriscono (e quelle che curano)

Le parole contano (più di quanto immaginiamo)

Il linguaggio non è solo uno strumento di comunicazione: è un’architettura invisibile che costruisce mondi, definisce identità, realtà e plasma relazioni. Quando si parla di comunità LGBTQ+, questa verità diventa lampante. Le parole possono essere un rifugio o una lama. Possono accogliere oppure escludere. Possono generare consapevolezza oppure perpetuare stigma.

Perché soffermarsi sul linguaggio? Perché il linguaggio è potere. Dire “è solo un modo di dire” non è una giustificazione innocua: dietro quella frase si nasconde il peso di secoli di discriminazione, di norme sociali che hanno relegato le persone LGBTQ+ ai margini, che hanno insegnato a vergognarsi, a tacere, a sentirsi “sbagliate”.

Chi educa – genitrici, genitori, insegnanti, educatrici ed educatori – ha tra le mani un compito enorme: scegliere le parole giuste significa cambiare la vita di chi cresce, permettere loro di abitare la propria identità senza paura.

Le parole che feriscono (e che non dobbiamo più usare)

Alcuni termini sono diventati parte del linguaggio quotidiano, al punto che spesso non ne percepiamo la violenza. Eppure, una parola sbagliata può far nascere una crepa che dura anni.

“Fr*cio”, “lesbica”, “tr*a”: sono esempi di violenza linguistica travestita da ironia. Non è “solo una battuta”: è un’arma che incide autostima, sicurezza, senso di appartenenza.
“Sei normale?” quando qualcuno fa coming out. “Normale” implica che esista un centro e chi non vi rientra è deviante.
“Non sembri gay” oppure “Ma sei sicura?”. Frasi così negano identità, alimentano l’idea che ci siano modi giusti e modi sbagliati di essere.
Le ferite linguistiche non si rimarginano facilmente. Chi cresce ascoltando questi messaggi interiorizza l’idea che l’amore che prova o il corpo che abita sia un errore da correggere.

Il potere delle parole che curano

Se le parole possono ferire, possono anche diventare balsamo. Un linguaggio accurato non è un vezzo, ma una pratica da esercitare, un atto politico e culturale. Significa riconoscere dignità a ogni identità, ridare spazio a chi è stato ridotto al silenzio.

Quali sono le scelte linguistiche che fanno la differenza?

Usare il nome scelto: per le persone trans e non binarie, il nome è identità. Rispettarlo è riconoscerne l’esistenza.
Parlare in modo esplicito di orientamento e identità senza tabù: dire “due mamme” o “due papà” senza abbassare la voce.
Evitare stereotipi: non tutte le persone gay amano la moda, non tutte le persone lesbiche giocano a calcio. Le identità non sono maschere.
Educare alla pluralità: spiegare che esistono famiglie differenti tra loro, amori differenti, corpi differenti e che questa è una ricchezza, non un problema.
Il linguaggio accurato è una pratica quotidiana. Non significa parlare “con il manuale alla mano”, ma allenarsi a usare le parole come strumenti di rispetto e accoglienza.

Perché tutto questo riguarda chi cresce (e chi educa)

Quando parliamo di linguaggio non stiamo facendo filosofia astratta. Stiamo parlando di vita reale. Chi oggi è bambina, bambino o adolescente, domani sarà adulta o adulto con la memoria di ciò che ha ascoltato. Se quelle parole sono state lame, lasceranno cicatrici. Se sono state ponti, costruiranno sicurezza e fiducia.

Non serve essere perfette o perfetti per fare la differenza: serve iniziare. Correggersi, informarsi, chiedere scusa quando si sbaglia. Soprattutto, ascoltare: perché dietro a ogni identità c’è una storia che chiede di essere narrata con rispetto.