A prima vista sembrano solo storie nei libri per bambini. Piccole trame semplici, illustrate con colori vivaci e accompagnate da parole gentili. Ma se osserviamo attentamente il linguaggio con cui bambine e bambini vengono descritti nei libri della scuola primaria, il quadro si fa problematico. Perché dietro a ogni aggettivo c’è un’aspettativa. E dietro ogni aspettativa, una strada già tracciata, una gabbia.
Le bambine sono “gentili”, “dolci”, “composte”, “educate”. I bambini sono “coraggiosi”, “intelligenti”, “curiosi”, “indipendenti”. È in questa discrepanza lessicale che prende forma la radice invisibile della disuguaglianza di genere. È da queste narrazioni normalizzate che nascono – lentamente, silenziosamente – il gender pay gap, la violenza sistemica, la discriminazione quotidiana.

Le parole sono semi: e crescono diseguali
Nel linguaggio scolastico, ciò che appare neutro in realtà non lo è. Gli aggettivi non sono semplici descrizioni: sono atti educativi. Eppure, già dai primi anni della scuola primaria, bambine e bambini vengono raccontati in modo diverso. Le une sono definite da come appaiono e da come si comportano. Gli altri, da ciò che fanno e da ciò che vogliono.
Gli studi condotti dal Centro Studi Interculturali dell’Università di Verona confermano questo schema ricorrente. I testi per la scuola primaria presentano modelli femminili passivi, accudenti, remissivi. Le figure maschili invece agiscono, esplorano, guidano, scelgono.
La denuncia necessaria: Educazione sessista di Irene Biemmi
A mettere il dito nella piaga con rigore scientifico e coraggio è stata Irene Biemmi, ricercatrice e formatrice, nel suo libro Educazione sessista. Stereotipi di genere nei libri delle elementari (Rosenberg & Sellier, 2010). Biemmi ha analizzato decine di testi scolastici, smontando pezzo per pezzo la presunta neutralità del materiale didattico. I numeri parlano chiaro: le bambine sono meno rappresentate, e quando lo sono, incarnano ruoli subordinati, legati alla casa, all’accudimento, all’apparenza.
Quella che potrebbe sembrare solo una questione di linguaggio diventa, nel lavoro di Biemmi, una denuncia culturale potente. Perché educare con parole sbilanciate significa crescere cittadini e cittadine con visioni del mondo disuguali. E un’educazione disuguale produce società ingiuste.
Il gender pay gap nasce in prima elementare
Molti si stupiscono ancora del fatto che, in Italia, a parità di competenze, le donne guadagnino mediamente il 12% in meno degli uomini (dati ISTAT, 2023). Ma come possiamo pensare che un sistema produca equità economica quando ha educato le sue bambine ad accontentarsi, a essere “brave” e “tranquille” e i suoi bambini a essere “audaci” e “determinati”?
Le scelte scolastiche, universitarie, professionali non sono mai del tutto libere: sono influenzate da un immaginario sedimentato. Così molte ragazze evitano settori STEM, ruoli di leadership o percorsi imprenditoriali, mentre i ragazzi sviluppano più facilmente un’attitudine al rischio e alla conquista. Questo schema ha radici precoci e ben coltivate. Anzi, annaffiate ogni giorno da racconti, esercizi e libri che dividono il mondo in “femminile” e “maschile”, in “adeguata” e “ambizioso”.
Stereotipi che uccidono: il nesso con la violenza di genere
Ma il problema non è solo economico. È profondamente culturale. E riguarda anche la violenza. Le parole che usiamo per descrivere bambine e bambini sono le stesse che, vent’anni dopo, giustificheranno una spinta, un insulto, uno stupro. “Era troppo gentile, quindi ci stava.” “Era troppo fredda, quindi l’ho provocata.” “Era una leader, quindi arrogante.” “Non era abbastanza uomo.”
La violenza di genere si nutre di un sistema che crea disuguaglianza, la normalizza, la protegge. Un sistema dove il maschio è “forte” e “dominante” e la femmina è “remissiva” e “comprensiva”. Dove il conflitto è un tratto maschile e la sopportazione un dovere femminile. Ogni libro che insegna a un bambino a non piangere e a una bambina a non alzare la voce è un passo verso quel sistema.
Educare a ruoli fissi è la miccia. L’esplosione avviene più tardi, nelle relazioni tossiche, nel silenzio delle vittime, nella solitudine di chi denuncia e non viene creduta. È per questo che la scuola non può dirsi neutra: perché forma (o deforma) le basi del rispetto reciproco.
Cosa possiamo (e dobbiamo) fare
Scegliere libri che liberano: esistono testi per l’infanzia che raccontano storie non stereotipate. Sceglierli è già un atto rivoluzionario.
Leggere in modo critico: commentare i libri insieme ai bambini, far notare le differenze, chiedere “che cosa manca?”.
Cambiare aggettivi, cambiare destino: descrivere bambine e bambini per ciò che sentono, pensano e desiderano, non solo per come si comportano.
Formare chi educa: insegnanti, educatori, genitori devono essere consapevoli del potere trasformativo (o deformativo) delle parole.
Se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo cambiare le storie che raccontiamo alle nostre figlie e ai nostri figli. E le parole con cui le raccontiamo. Non possiamo più permetterci di minimizzare, di considerare queste differenze “banali”, “naturali”, “innocue”.
Non lo sono.
Sono il primo ingranaggio di un meccanismo sociale violento, diseguale, patriarcale.
E se non lo spezziamo lì, nell’infanzia, poi sarà troppo tardi.


