“Lo faccio per il tuo bene”.
Quante volte l’abbiamo sentita, questa frase? Nei rapporti di coppia, in famiglia, sul lavoro. Una frase apparentemente innocua, persino affettuosa, che sembra racchiudere cura, attenzione, amore. Eppure, sotto la superficie rassicurante, si nasconde uno dei meccanismi di controllo più tossici della nostra cultura: il paternalismo.

Perché questa frase è pericolosa?
Perché sposta il baricentro del potere: chi la pronuncia si autoproclama depositario del giusto e del bene, riducendo l’altro a un soggetto incapace di autodeterminarsi. È una formula subdola, perché camuffa la coercizione da protezione. Non dice: “Ti sto controllando”, ma “Lo faccio per te”. Non ammette conflitto: chi oserebbe opporsi a qualcosa “fatto per il suo bene”?
Il problema è che questa dinamica non si ferma al singolo rapporto. È un tassello di un sistema culturale che, per secoli, ha legittimato l’idea che qualcuno – un padre, un marito, lo Stato, la Chiesa – sapesse meglio di te cosa è giusto per la tua vita.
Le radici culturali del paternalismo
La frase nasce da un impianto patriarcale che ha colonizzato il nostro linguaggio e le nostre relazioni. È la stessa logica che ha giustificato matrimoni combinati, divieti di studio per le donne, terapie “riparative” per chi non rientra nei canoni dell’eterosessualità. Il sottotesto è sempre lo stesso:
“Non sei in grado di scegliere per te stesso. Io so cosa è giusto per te. Io decido.”
Questo approccio permea ancora oggi le famiglie, dove “per il tuo bene” diventa il mantra che legittima scelte imposte: che università fare, chi frequentare, persino come vivere la sessualità. E quando non funziona la persuasione, subentra la colpa: “Se non accetti il mio consiglio, mi ferisci”.
Il volto psicologico del “bene obbligato”
Sul piano psicologico, questa frase è un’arma a doppio taglio. Annulla i confini, mina l’autostima, crea dipendenza emotiva. Chi la riceve interiorizza un messaggio devastante: “Non posso fidarmi del mio giudizio, devo fidarmi di chi dice di volermi bene”. Così, la persona cresce con l’idea che amore significhi rinuncia, che protezione significhi obbedienza.
Nelle relazioni di coppia, questa logica apre la porta alla violenza psicologica: partner che controllano amicizie, abiti, scelte di carriera, giustificandosi con “lo faccio per noi”, “per la nostra felicità”. È la stessa dinamica che si ritrova nei rapporti in famiglia quando la figlia, il figlio prova a emanciparsi e si sente dire: “Ti stai rovinando la vita”. “Fai come credi”.
E non finisce qui: il paternalismo genera un circolo vizioso. Più accetti questa narrativa, più riduci la tua agency, più chi ti controlla si sente autorizzata o autorizzato a continuare.
Il paradosso: amore o possesso?
Il paternalismo è tossico ed è così efficace perché fa leva sul bisogno umano di sentirsi amate e amati, protette e protetti. Il problema è che questa protezione è una trappola. Non nasce dal rispetto dell’altra persona, ma dal bisogno di possesso: “Ti proteggo perché sei mia”. Il confine è sottile, ma cruciale: l’amore autentico sostiene l’autonomia, non la soffoca.
Quando una persona dice “Lo faccio per il tuo bene” senza chiederti “Cosa desideri tu?”, non sta parlando di bene. Sta parlando di controllo. E il controllo, anche quando indossa il vestito dell’affetto, resta violenza.
Una frase che plasma il mondo
Non sottovalutiamo il potere del linguaggio. Dire “Lo faccio per il tuo bene” non è solo un’abitudine verbale: è un riflesso di un sistema sociale che educa all’obbedienza e punisce la disobbedienza (o meglio, l’autodeterminazione), soprattutto se sei donna, adolescente, queer o semplicemente diverso dalle aspettative.
E allora la domanda è: quante volte questa frase è stata usata per chiudere discussioni? Per spegnere desideri? Per giustificare punizioni? Quante vite sono state indirizzate, spezzate, deviate in nome di un “bene” che non apparteneva a chi lo subiva?


