Quante volte abbiamo sentito questa frase? Forse detta da una madre, da un padre, da un’insegnante, da una nonna che ci ha cresciute nel culto dell’orgoglio e del silenzio. “Non serve lo psicologo, fatti forza”. Sembra un incoraggiamento, in realtà è una condanna. Una sentenza che pesa su generazioni intere, trasmettendo un messaggio subdolo: chiedere aiuto è una debolezza, mentre “resistere” – anche quando tutto dentro urla – è sinonimo di forza. Ma dietro questa convinzione c’è un impianto culturale antico, che affonda le radici in una società dove la vulnerabilità è considerata un difetto, e la salute mentale un lusso, quando non addirittura una vergogna.

Il mito del sacrificio: perché le vecchie generazioni hanno paura di crollare
Chi oggi ha più di 50 anni è cresciuto in un mondo in cui la priorità era sopravvivere. Andando indietro negli anni, lo spazio per le emozioni era ridotto: bisognava “tirare avanti”, punto. I bisogni psicologici erano un privilegio per pochi, mentre il dolore veniva nascosto sotto la coperta della produttività e del “non lamentarti, c’è chi sta peggio di te”.
Questa mentalità si è tramandata. Le generazioni che sono state bambine e bambini in quegli anni hanno imparato che il valore di una persona si misura nella sua capacità di sopportare, di resistere senza vacillare. Così, quando oggi parliamo di terapia, di salute mentale, di cura emotiva, in molte famiglie si alzano muri: “Ai miei tempi queste cose non esistevano e siamo cresciuti lo stesso”. Ma crescere non significa crescere bene. Significa, spesso, sopravvivere a costo di ferite invisibili che si trascinano per decenni.
Resistere non è essere forti: il paradosso culturale
L’equazione “non mollare = sei forte” è uno degli inganni culturali più dannosi. Non è la resistenza cieca a renderci forti, ma la capacità di ascoltarci, riconoscere un dolore e attraversarlo con gli strumenti giusti. Resistere a tutti i costi, senza chiedere aiuto, non è forza: è solitudine.
Pensiamo a quanta violenza sottile si annida nella frase “fatti forza”: suona come un invito, in realtà è un ordine che nega il diritto alla fragilità. Eppure, cosa c’è di più umano che essere fragili? La forza vera non è chiudere gli occhi e andare avanti, ma avere il coraggio di guardarci dentro e dire: “Ho bisogno di aiuto”.
Il peso di queste convinzioni su chi cresce oggi
Quando queste frasi attraversano le generazioni, arrivano dritte nelle orecchie delle figlie e dei figli di oggi. E così bambine, bambini e adolescenti che manifestano ansia, tristezza, difficoltà emotive, spesso si sentono rispondere: “È solo un capriccio, passerà”, oppure il terribile “Non farne un dramma”. Ma non è un dramma, è un grido. E non ascoltarlo significa abbandonare chi chiede aiuto nel silenzio della propria sofferenza.
Questa cultura del “tenere duro” alimenta un circolo vizioso: persone adulte che non hanno mai imparato a nominare le proprie emozioni crescono nuove generazioni che faticano a farlo. E così si perpetua il mito della forza come negazione del bisogno, invece che come riconoscimento e cura.
Perché fa così paura chiedere aiuto?
C’è una ragione profonda: chiedere aiuto mette in crisi l’identità. Chi è cresciuta e cresciuto con l’idea che valere significa bastare a se stessa o a se stesso vive la richiesta di sostegno come una sconfitta personale. A questo si aggiunge lo stigma culturale: ancora oggi la psicoterapia è vista da molti come “una cosa per i matti” o come lusso per chi non ha problemi concreti. Una distorsione che ci impedisce di vedere la salute mentale per ciò che è: una componente essenziale del benessere, esattamente come la salute fisica.
Quando dire “fatti forza” è un atto di violenza dolce
Quella frase, così apparentemente rassicurante, è fragile in sé. È il riflesso di un mondo che ha paura di guardare il dolore negli occhi. Dire “fatti forza” a chi sta crollando è come dire a chi ha una gamba rotta di correre più veloce. Non è incoraggiamento: è negazione.
Non serve lo psicologo, fatti forza? No. Serve il coraggio di cambiare narrazione
Se davvero vogliamo parlare di forza, allora dobbiamo riconoscerla nel gesto di chi sceglie di chiedere aiuto, di chi rompe il silenzio, di chi spezza catene culturali secolari per dire: “Non voglio sopravvivere, io voglio vivere bene”. Questo è il vero atto rivoluzionario.


