Educazione emotiva, decostruzione del patriarcato e infanzia finalmente libera
“I maschi non piangono.” Una frase così piccola, così comune, così distruttiva. Quante volte l’abbiamo sentita? A scuola, al parco, tra i tavoli di una cena in famiglia. Una di quelle frasi che sembrano banali e invece scavano profondamente nel corpo, nella psiche, nella possibilità stessa di esistere liberamente. Le lacrime diventano un affronto, l’emozione un difetto, la fragilità una colpa.
Questa espressione — ereditata da generazioni cresciute a pane, vergogna e rigidità — è l’emblema di un’educazione che plasma le menti in stampi troppo stretti per contenere la complessità umana. E in questi stampi, spesso, i più piccoli imparano che c’è un solo modo corretto di essere maschi: silenziosi, forti, invincibili. In realtà, soli.

Patriarcato e infanzia: un’alleanza perversa
Il patriarcato non è una struttura astratta. È una grammatica affettiva che attraversa l’infanzia, la colonizza. È nelle parole non dette, nei giochi proibiti, nei colori vietati, nelle carezze ritirate. È nei padri che non abbracciano i figli per non “rammollirli”, nelle madri che si preoccupano se il bambino vuole il tutù invece del pallone.
Ma è anche negli insegnanti e nelle educatrici che correggono, anche senza volerlo, la “troppa sensibilità” dei più piccoli. È nel modo in cui, ancora oggi, le emozioni sono gerarchizzate: la rabbia è concessa ai maschi, la dolcezza alle femmine.
Questo sistema di pensiero crea persone incapaci di riconoscere le proprie emozioni, uomini e donne feriti dalla mancanza di accesso a un lessico affettivo che non hanno mai avuto il permesso di apprendere.
L’educazione emotiva come atto sovversivo
Parlare di educazione emotiva, quindi, non è un vezzo. È un atto necessario. È dire apertamente: “Hai diritto a sentire. Tutto. Senza vergogna.”
A scuola, a casa, negli spazi educativi e nei momenti informali, diventa urgente costruire luoghi in cui piangere non sia un tabù, ma un gesto sano, umano, necessario. Dove si possano esprimere paura, tristezza, frustrazione e, soprattutto, desideri. Dove il contatto con il proprio mondo interiore non sia qualcosa da correggere ma da proteggere.
Insegnare l’intelligenza emotiva è un lavoro che comincia nei primi anni di vita, ma non finisce mai. È un processo continuo, che riguarda non solo le bambine e i bambini, ma tutte le persone adulte che li accompagnano. Perché non si può educare alla libertà affettiva se prima non si è imparato a liberarsi dai propri blocchi.
Mascolinità tossiche e corpi oppressi
L’identità di genere non si costruisce nel vuoto. Si forma nella relazione con un mondo che impone ruoli e punisce le ciò che non rientra nella “norma” (ma così la norma?). Chi si allontana dall’“ideale” virile — le persone queer, le persone trans, ma anche gli uomini etero che scelgono la tenerezza — viene stigmatizzato, ridicolizzato, emarginato.
Questo è il cuore pulsante della mascolinità tossica: non è un problema degli uomini, ma del potere. È uno strumento che serve a mantenere gerarchie, a silenziare le emozioni, a far coincidere la forza con la violenza e l’autorità con il dominio.
Serve a far crescere figli che non sanno chiedere aiuto, che non riconoscono le emozioni altrui, che confondono l’amore con il controllo.
Verso un nuovo modello: più umano, più vero
Esiste un altro modo. Una mascolinità più piena, vulnerabile, autentica. Che sa abbracciare il pianto come gesto autentico, poetico, necessario. Che riconosce nelle emozioni una bussola, non un ostacolo.
Ma per costruire questa possibilità, serve una società che smetta di dire: “È solo un maschio, che ti aspettavi?” e cominci a chiedersi: “Che cosa avrebbe potuto diventare se avesse potuto piangere?”.
Per questo, l’educazione affettiva e sessuale deve essere una priorità — non solo per prevenire la violenza di genere, non solo per tutelare le persone LGBTQIA+, ma per restituire a ogni creatura il diritto di essere intera, libera, vera.
Non si cresce con i pugni stretti
Chiunque abbia a che fare con l’infanzia lo sa: la differenza non la fanno i giocattoli, ma gli sguardi. Un’infanzia vista, accolta, ascoltata è un’infanzia che può crescere senza dover diventare una caricatura di sé stessa. Non si diventa forti trattenendo le lacrime. Si diventa forti sapendo quando lasciarle scorrere.
Perché se un maschio non piange mai, c’è una fragilità che invece di fiorire rischia di crepare e allora è il mondo intero che dovrebbe cominciare a piangere al posto suo.


