“Non ci mancava niente”. È una frase che, pronunciata dalle vecchie generazioni, si sente ripetere spesso. Una formula apparentemente innocua di felicità, pronunciata spesso per descrivere un’infanzia all’apparenza serena, dove c’era il cibo in tavola, il riscaldamento acceso e magari anche qualche giocattolo di troppo. Ma cosa nasconde davvero questa affermazione?
Sotto la superficie di un benessere materiale e di felicità spesso si celava un deserto emotivo. Una generazione cresciuta nel mito della resilienza silenziosa, della vergogna del pianto, della repressione dei bisogni emotivi a favore della disciplina, della performance, del “non fare storie”. E oggi, molte persone adulte di quella generazione si ritrovano a fare i conti con un’eredità invisibile: quella dell’analfabetismo emotivo, della fatica a costruire relazioni sane, dell’incapacità a chiedere aiuto.

Il benessere non è solo un frigorifero pieno
La convinzione che bastasse avere “il necessario” – una casa (o più case), un letto, la scuola, il cibo – per essere felici è una delle più grandi mistificazioni educative del Novecento. Quella forma di benessere era, in molti casi, solo apparente. Le emozioni, i traumi, i dolori venivano ignorati o minimizzati. Se un bambino piangeva, gli si diceva “non fare il femminuccia”, se era arrabbiato, “non mancare di rispetto”, se era triste, “pensa a chi sta peggio”.
È così che intere generazioni sono cresciute con l’idea che i sentimenti fossero un problema. Che la sofferenza emotiva fosse un capriccio. Che il silenzio fosse una virtù. Eppure, molti di quelle bambine e di quei bambini che “non si facevano mancare niente”, portavano dentro ferite profonde: abusi mai nominati, violenze psicologiche camuffate da severità, genitrici o genitori assenti emotivamente, rigidità affettive e un’educazione patriarcale che spesso proteggeva solo chi rientrava nei canoni di “normalità”.
Le frasi che zittiscono il dolore
“Ti ho dato tutto”, “Hai il piatto pieno, cosa vuoi di più?”, “Ai miei tempi non c’erano queste sciocchezze”, sono tutte variazioni sul tema della negazione del disagio. Il risultato? La colpevolizzazione della sofferenza. Se avevi tutto e stavi male, il problema eri tu.
Questa dinamica ha effetti devastanti sulla costruzione dell’identità: bambine e bambini imparano presto a dubitare delle proprie emozioni. In assenza di persone capaci di validare e contenere, imparano a spegnersi, a sopravvivere, ad adattarsi. E una volta diventate persone adulte, faticano a prendersi sul serio, a legittimare il proprio malessere, a riconoscere le proprie esigenze relazionali, corporee, emotive.
Il trauma invisibile della normalità
Il punto più critico dell’affermazione “non ci mancava niente” è che crea un corto circuito con la realtà interiore di molte persone. Si cresce con la sensazione che qualcosa non torni, ma non si hanno gli strumenti per decodificare quel disagio. Il trauma emotivo, quando non viene riconosciuto, si insinua. Riemerge sotto forma di ansia, attacchi di panico, disturbi alimentari, depressione, relazioni tossiche, lavoro spasmodico. Ma poiché manca una narrazione condivisa che riconosca questo tipo di sofferenza, tutto resta sommerso.
Molti persone della vecchia generazione hanno vissuto adolescenze in cui l’orientamento sessuale non poteva essere espresso, in cui il dissenso familiare era punito, in cui il patriarcato si manifestava come ordine naturale delle cose. Le parole “violenza psicologica”, “autodeterminazione”, “cura”, erano sconosciute, e se conosciute, ritenute inadatte.
Un’eredità da decostruire
Smontare lo stereotipo del “non ci mancava niente” è fondamentale per poter costruire un lessico nuovo della cura. Significa dare voce a chi ha sofferto nel silenzio e nel privilegio. Significa riconoscere che l’amore non basta se è privo di ascolto, che la protezione non è vera se non lascia spazio all’identità dell’altro, che la famiglia non è un rifugio se non è anche un luogo sicuro.
Questo non significa gettare discredito sulle generazioni precedenti, ma finalmente nominare ciò che è stato rimosso. L’assenza di linguaggi emotivi, la colpevolizzazione delle differenze, la vergogna come strumento educativo, sono stati traumi collettivi normalizzati. E oggi, per guarire, serve riaprire quei cassetti chiusi, serve raccontare la verità sotto la superficie.
Verso una nuova narrazione
Oggi, molte persone delle vecchie generazioni sono genitrici, genitori, nonne e nonni, insegnanti. E hanno la possibilità – e la responsabilità – di spezzare la catena. Di dire alle e ai propri figli: “Io non sapevo come si faceva, ma ora sto imparando con te”. Di legittimare il pianto, di accogliere la fragilità, di parlare della paura. Di rifiutare la narrazione monolitica del “tutto bene” e aprirsi a quella più autentica del “anche io ho sofferto e ne sto uscendo”.
“Non ci mancava niente” è una frase che va archiviata. Perché se manca l’ascolto, se manca l’empatia, se manca il diritto di essere vulnerabili, allora manca tutto.


