Violenza

Anche la rabbia è culturale: perché la violenza è ancora considerata “normale” in troppi contesti

Quando parliamo di violenza di genere, la narrazione dominante tende a spostare la responsabilità su individui “malati”, casi isolati, mostri da demonizzare. Ma la verità è che la violenza non nasce nel vuoto. Non è (solo) un’esplosione di rabbia incontrollata. È cultura. È un sistema di credenze, regole non scritte, abitudini sociali che, ancora oggi, in troppi contesti, rendono la violenza accettabile, giustificata, persino attesa.

Le radici invisibili: il patriarcato normalizzato

Patriarcato non è una parola antiquata: è la struttura che definisce chi può occupare spazi, chi ha diritto di parola, chi deve “stare al proprio posto”. È la voce che ancora oggi sussurra: “Una donna deve saper tenere a bada il marito”, “Gli uomini sono fatti così”, “È colpa sua se lo provoca”.

Queste frasi non sono semplici modi di dire: sono strumenti culturali che minimizzano la violenza e la spostano dal piano dell’abuso a quello della normalità. Il risultato? Le persone non la riconoscono, la tollerano, la giustificano. E le vittime imparano a sentirsi responsabili di ciò che subiscono.

Le frasi che legittimano l’ingiustizia

Proviamo a fare un elenco di espressioni che, probabilmente, abbiamo sentito tutte e tutti almeno una volta:

“Se ti ama, è geloso: è segno che ci tiene.”
“Un ceffone ogni tanto non ha mai fatto male a nessuno.”
“Sono questioni private, meglio non intromettersi.”
“Sarà stata una provocazione, chissà cosa gli ha detto.”
Ognuna di queste frasi è una pietra che costruisce il muro dell’impunità. Perché sposta la responsabilità dal gesto violento alla persona che lo subisce, e lo inserisce nel campo della “normalità”. Quando queste convinzioni entrano nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, il passo dal pensiero all’azione è brevissimo.

Perché questo riguarda bambine, bambini e adolescenti

Non è solo una questione di coppia adulta. Ogni volta che una bambina o un bambino sente queste frasi, interiorizza un modello: il potere è diritto di chi è più forte, l’amore implica possesso, il conflitto si risolve con il controllo e la forza. È così che la cultura della violenza si eredita, non geneticamente, ma attraverso l’educazione, le battute “innocue”, le giustificazioni. Ed è così che un giorno quelle stesse bambine e quegli stessi bambini possono diventare persone adulte che normalizzano la violenza, da una parte o dall’altra.

Il ruolo dei media e del linguaggio

La rappresentazione mediatica contribuisce a rafforzare questa mentalità. Titoli come “Delitto passionale” o “L’ha uccisa per amore” sono devastanti: romanticizzano il crimine, lo spogliano della sua natura di abuso per trasformarlo in una tragica storia “d’amore”. E il linguaggio non è neutro: dire “rissa familiare” invece di “violenza domestica” significa minimizzare, occultare il problema dietro una cortina di normalità.

Gli stereotipi che ancora resistono

Lui è un padre severo, non violento. (Come se la severità giustificasse la paura.)
Chi subisce, resta perché vuole. (Ignorando dinamiche di dipendenza economica, psicologica e di controllo.)
I maschi non piangono, non fare la femminuccia. (Un copione tossico che spinge verso aggressività e soppressione emotiva.)
Chi denuncia rovina la famiglia. (Come se la responsabilità fosse di chi rompe il silenzio, non di chi ha scelto la violenza.)

Dietro ognuno di questi cliché c’è la volontà di mantenere un ordine prestabilito: quello patriarcale, che assegna potere e silenzio a seconda del genere.

E allora perché è così difficile scardinarli?

Perché cambiare cultura significa cambiare abitudini, relazioni di potere, equilibri economici. Significa togliere il privilegio a chi lo ha sempre dato per scontato. Ed è per questo che, ancora oggi, in troppe famiglie, scuole e comunità, la violenza non è percepita come reato ma come “affare privato”, come “reazione normale”.

Non è amore, non è gelosia: è controllo. E il controllo non è mai innocuo.