Violenza

“Era solo geloso”: come le scuse culturali coprono la violenza

«Era solo geloso». È una frase che si insinua nelle conversazioni come una giustificazione tenera, quasi romantica. Gelosia: un sentimento dipinto come prova d’amore nei romanzi, nei film, nelle canzoni. Ma cosa succede quando questa “gelosia” diventa un’arma culturale per normalizzare la violenza?

Il mito romantico che apre la porta all’abuso

Per secoli, la gelosia è stata narrata come sinonimo di passione: chi ama, controlla. Chi ama, teme di perdere. Questo mito, radicato in letteratura e cinema, crea un terreno fertile in cui il possesso viene confuso con la cura e il controllo con la protezione.

In molte culture – compresa la nostra – la frase “lo fa perché ci tiene” è ancora un mantra tossico. Un mantra che giustifica comportamenti pericolosi: ispezionare il telefono, limitare le amicizie, decidere cosa indossare. Passi che, uniti, costruiscono la spirale della violenza di genere.

Quando chiudiamo un occhio su questi segnali, insegniamo alle nuove generazioni che la libertà è negoziabile, che il rispetto può cedere il passo al dominio.

La complicità silenziosa della società

La cultura patriarcale – anche se oggi molti la considerano superata – è ancora il filo rosso che intreccia le dinamiche di potere nelle relazioni affettive. Non è solo una questione privata: è un problema collettivo. Ogni volta che una battuta minimizza un atto di controllo, che un genitore dice a una figlia «non provocare», che una canzone celebra la “follia d’amore”, si conferma un copione culturale che normalizza l’abuso.

Eppure, la violenza non esplode mai all’improvviso. Prima delle mani, ci sono le parole. Prima delle botte, c’è l’isolamento. Prima del femminicidio, c’è il possesso mascherato da amore.

Quando la gelosia si impara da piccole e da piccoli

La scuola e la famiglia sono le prime palestre emotive. Se raccontiamo alle bambine e ai bambini che la gelosia è segno di affetto, stiamo piantando il seme dell’asimmetria. «Se ti controlla, vuol dire che gli piaci», è una frase che continua a circolare nei cortili e sui social. Questa narrazione non è innocua: è la miccia che accende futuri rapporti disfunzionali.

Educare alle emozioni significa insegnare che il rispetto non è negoziabile e che l’amore non ha nulla a che vedere con il possesso. Le scuole hanno un ruolo cruciale: introdurre progetti di educazione affettiva e sessuale è un investimento di prevenzione, non un vezzo ideologico.

Il linguaggio che tradisce la cultura

Non sottovalutiamo le parole. Ogni volta che un titolo di giornale scrive «Delitto passionale» sta perpetuando l’idea che l’amore giustifichi la morte. Quando si parla di “raptus”, si insinua che la violenza sia un fenomeno improvviso, incontrollabile, inevitabile. Non è così. È la punta di un iceberg fatto di abitudini culturali, di silenzi, di colpe spostate sulla vittima.

Pensiamoci: quante volte, davanti a una lite di coppia, abbiamo sentito dire «sono cose loro»? Questo silenzio è terreno fertile per l’abuso. Perché la violenza domestica non è mai un affare privato: è un problema sociale che riguarda tutte e tutti.

Il potere della rappresentazione: dai media alle serie TV

Cinema, serie TV, canzoni: quanto hanno contribuito a costruire il mito della gelosia romantica? Dai classici letterari alle hit musicali, la trama è sempre la stessa: chi ama deve soffrire, controllare, impedire che l’altra persona sfugga. Persino i film destinati a un pubblico giovane spesso normalizzano scene di controllo, pedinamento, esplosioni di rabbia, spacciandole per prove d’amore.

Serve un cambio di paradigma narrativo: raccontare relazioni sane, dove l’amore non è gabbia ma alleanza. Perché ciò che vediamo, ascoltiamo e leggiamo educa più di qualsiasi lezione.

La colpa non è della gelosia, ma della cultura che la coccola

Gelosia e violenza non sono la stessa cosa, ma diventano complici quando la società attribuisce alla prima un valore positivo. Quando nei tribunali si sente dire «era accecato dalla gelosia», non si sta solo minimizzando un crimine: si sta riscrivendo la responsabilità.

Il problema è collettivo perché la violenza non nasce nel vuoto: nasce in una cultura che insegna a possedere invece che amare, a controllare invece che rispettare.

Era solo geloso. Ma l’amore non c’entra niente.

Questo articolo non sostituisce il supporto di una o di un professionista della salute mentale, ma vuole offrire spunti di riflessione e sensibilizzazione su un tema di grande importanza sociale. Se sospetti che una bambina, un bambino o una persona adulta siano vittime di violenza o se tu stessa o tu stesso stai vivendo una situazione di abuso, chiedi aiuto a professionisti, centri antiviolenza o servizi di supporto specializzati. Parlare è il primo passo per spezzare il silenzio e trovare una via d’uscita.