come gestire enurei bambini

Cos’è l’enuresi notturna? Perché è importante conoscerla?

Enūréō è una parola che deriva dal greco e significa: “urinare in”. L’enuresi notturna è lo svuotamento involontario della vescica durante il sonno: la “pipì a letto”.

 

 

come gestire enurei bambini

 

Secondo una indagine condotta dalla Società italiana di Pediatria, l’enuresi è una condizione molto frequente che interessa circa il 12-15% dei bambini e delle bambine intorno ai 5 anni, il 5% intorno ai 10 anni e circa l’1% dei ragazzi e delle ragazze dopo i 14 anni.

Le cause possono essere diverse e possono coesistere:

  • -Genetiche:nel 75% dei casi almeno un familiare ha sofferto di enuresi.
  • -Psicologiche: ambiente familiare conflittuale, lutto, malattia, abusi, separazione dei/lle genitori/trici.
  • -Fisiologiche:disfunzioni ormonali, sovrapproduzione di urina, iperattività del detrusore vescicale.

Fino ai 5 anni non vi è motivo di preoccuparsi. Il controllo degli sfinteri inizia intorno ai 18 mesi e termina tra i 3/5 anni. Quando gli episodi di enuresi notturna si presentano dopo i 5 anni, invece, è bene non sottovalutarli e informare il/la proprio/a pediatra per monitorarli.

Pur essendo una condizione frequente, nelle famiglie esistono ancora molte difficoltà sul tipo di approccio da seguire per tutta una serie di ragioni che coinvolgono gli stessi genitori e le stesse genitrici:possono, ad esempio, sentirsi troppo responsabili del problema o non sentirsi affatto responsabili del problema.

Ma come si sente un bambino o una bambina in questa condizione?

Vergogna, difficoltà nel dormire fuori casa, sonno disturbato, problemi scolastici, sono gli aspetti più frequenti per chi soffre di enuresi.

Senza contare lo stress che possono causare le terapie farmacologiche e comportamentali a cui, se necessario e su indicazione del medico curante, vengono sottoposti/e.

Chi vive questo tipo di condizione con i/le propri/e bambini/e sa che possono essere prescritti farmaci come l’imipramina (antidepressivo) o la desmopressina (ormone antidiuretico). Inoltre possono essere stabilite alcune regole comportamentali come le sveglie notturne o la riduzione di assunzione di liquidi dopo le ore 18.

Tutto questo, seppure in funzione del superamento di un problema, sottopone a uno stress psicologico e fisico (la tossicità dei farmaci è un fattore da tenere sempre presente).

Libri per l’infanzia che favoriscono la comunicazione in famiglia

Per sdoganare ogni tabù, nel libro “Leo” si parla di enuresi e di come, talvolta, “la pipì a letto”, possa essere il sintomo – e non “la malattia” – di qualcosa di più profondo a livello emotivo.

Ma a prescindere da quali possano essere le cause che solo uno/una specialista della salute può stabilire – è importante sapere che si tratta di una condizione da non sottovalutare perché mina quotidianamente l’autostima e la fiducia dei/lle nostri/e bambini/e. Avere un approccio sereno e – assolutamente – non punitivo può essere sicuramente d’aiuto. Una volta accertate le cause del disturbo – qualunque esse siano – valutare, in ogni caso, la possibilità di ricevere un supporto psicoterapico può essere di fondamentale importanza per imparare a gestire le emozioni coinvolte.

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comunicazione assertiva

Cosa significa essere assertivi? Perché è importante per i bambini?

L’assertività è la capacità di esprimere i propri sentimenti, le proprie opinioni, le proprie idee in modo sereno e chiaro.

 

 

comunicazione assertiva bambini chiara editrice

Aiutare i bambini e le bambine ad avere un comportamento assertivo – e quindi a riconoscere le proprie emozioni, le proprie idee e imparare ad esprimere tutto questo – è un grande dono che possiamo fare loro perché è un modo funzionale per permettergli di acquisire sicurezza. Avere un progetto educativo emozionale povero, invece, porterà i piccoli e le piccole ad adottare – con molta probabilità –  comportamenti aggressivi o passivi, dunque a voler imporre i propri bisogni e le proprie necessità oppure a non rispettare per niente se stessi/e.
Questa è una modalità che in età adulta può peggiorare se non si è in grado di modificarla attraverso un lavoro consapevole.

E allora come valorizzare una sana assertività nei bambini e nelle bambine?

  • 1. Ascoltando quello che provano, ascoltando la loro opinione su ciò che li circonda, senza giudizio. È importante che possano avere la libertà di esprimersi senza paura di essere giudicati/e.
  • 2. Aiutandoli/e a riconoscere quello che sentono per poter gestire, attraverso la pratica e in modo sempre più autonomo, l’emozione che si presenta, in modo tale da non averne timore.
  • 3. Ponendo loro delle domande funzionali affinché possano esprimersi pienamente.

Facciamo un esempio: un bambino litiga con un suo compagno di giochi. Per noi è una sciocchezza ma lui sta sperimentando, forse per la prima volta, cosa significhi essere arrabbiato, frustrato o spaventato.

Se interveniamo in modo tale da sminuire l’accaduto – dicendo ad esempio “dai, non è successo nulla. Smettila di piangere!” – non lo aiuteremo nè a gestire le emozioni con cui si sta misurando né a tirare fuori le risorse per una situazione che potrebbe presentarsi in futuro. Anche se le nostre intenzioni sono quelle di ristabilire l’armonia nel più breve tempo possibile, con molta probabilità, la sua rabbia si riverserà anche verso di noi e le urla si sentiranno per un bel po’. Oppure sentirà di non essere abbastanza importante, perchè non stiamo considerando quello che sente e, in un futuro, è possibile che non manifesterà ciò che prova.

Capire che per lui quella lite è importante, come  l’emozione che sta vivendo, è un compito molto delicato che spetta alle persone adulte. Solo così quel bambino riuscirà a tirar fuori le risorse necessarie per potersela cavare da solo in futuro, in modo assertivo appunto.

Una buona comunicazione è essenziale per lo sviluppo emotivo dei bambini e delle bambine, soprattutto nei momenti in cui le emozioni sembrano prendere il sopravvento. È, inoltre, una competenza complessa che comprende diverse attitudini (ad esempio l’empatia) che un genitore o una genitrice devono poter sviluppare per creare un ambiente favorevole.

L’assertività non solo è alla base di una buona autostima – nostra e dei/lle nostri/e bambini/e – ma è anche una delle chiavi per avere relazioni sane ed equilibrate.

connessione empatica

Empatia nei bambini. Un’abilità importante da coltivare.

Empatia. Parola che deriva dal greco empatheia: “sentire dentro”.

È la capacità di comprendere i sentimenti altrui. È l’abilità relazionale di entrare in sintonia con l’altra/o.

connessione empatica empatia nei bambiniI bambini e le bambine – sin dai primissimi mesi di vita – provano sentimenti di gioia e sofferenza empatica prima di percepirsi come entità separata dalle altre.

Succede che reagiscano al turbamento altrui come se fosse il proprio, ad esempio piangendo alla vista delle lacrime di un altro bambino, di un’altra bambina o dei propri familiari.

Questa è una capacità meravigliosa perché regola le radici delle relazioni ed è una capacità in grado di trasformarsi, se decidiamo di svilupparla, oppure no.

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APPROFONDISCI:

>>>immagini come strumento per l’intelligenza emotiva <<<

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È compito degli adulti aiutare i bambini e le bambine a sviluppare questo dono.

Come? Innanzitutto attraverso l’esempio. Nulla è più utile dell’esperienza diretta.La misura in cui noi stessi e noi stesse sapremo mostrare nei fatti cosa significhi ascoltare le persone, tenere conto dei punti di vista altrui e averne cura, sarà il dono prezioso che lasceremo loro per poter formare connessioni a livello profondo che orientino verso i sentimenti delle vite con cui tutti e tutte siamo interconnesse.

In che modo si formano nuove connessioni empatiche?

Quando l’attenzione si concentra su qualcosa, una serie di neuroni si attiva. E quando i neuroni si attivano insieme, creano connessioni fra loro. Allenare la mente verso un atteggiamento empatico favorisce – anche a livello biologico – un cambiamento nelle connessioni cerebrali.

Ma quali sono tutte le sfumature dell’empatia?

1.Punto di vista:la capacità di vedere la realtà con gli occhi di un’altra persona
2.Risonanza emotiva: capacità di sentire le emozioni di un’altra persona
3.Aspetto cognitivo: capacità di comprenedere a livello intellettivo il vissuto di un’altra persona.
4.Compassione: capacità di sentire la sofferenza dell’altro e nutrire il desiderio di alleviarla
5.Gioia empatica: capacità di gioire della felicità, dei successi e del benessere di un’altra persona

Attenzione alla compassione empatica!

Nutrire il desiderio di alleviare la sofferenza altrui è un sentimento molto bello se non rischia di sostituirsi al sentimento o alla volontà dell’altra persona.
È necessario sempre tenere a mente che esiste un equilibrio tra collegamento con l’altro/a e differenziazione dall’altro/a.
Quando viene a mancare la differenziazione – cioè si cerca di sostituirsi all’altra persona – l’empatia può sopraffarci e portarci all’esaurimento delle nostre energie, fondamentali per vivere in modo sano.

In un mondo che ci spinge all’individualismo e alla competizione già in età scolastica com’è possibile coltivare l’empatia?

È sicuramente molto difficile ma proprio per questo motivo è un lavoro indispensabile. Essendo una capacità modificabile sia in positivo sia in negativo, eliminare l’allenamento empatico porta – a lungo andare- ad atrofizzare le connessioni cerebrali utili alla cooperazione e alla collaborazione mentre l’allenamento in questi termini porta notevoli benefici: rispetto per gli esseri viventi, relazioni profonde e significative, scelte più predisposte all’altruismo.

#VIDEO sull’empatia: tristezza gioia ascolto

Educazione emotiva con le immagini

Le immagini come strumento per l’educazione emotiva

Oggi parleremo di emozioni attraverso le immagini. Lo faremo con Daniela Sbrana – pittrice, illustratrice e grafica – presentando il libro “Leo”, testo per cui ha lavorato intensamente.

 

Cara Daniela, com’è possibile rappresentare un’emozione attraverso una illustrazione? Qual è stata la tua esperienza in questo libro?

“Leo” è un libro che parla di emozioni. L’emozione è chiaramente la protagonista. E l’emozione è qualcosa che si sente. Io ho uno stile evocativo, non descrittivo. Amo disegnare i volti, dunque ho cercato di immaginare le emozioni attraverso le espressioni del volto.

Avendo uno stile evocativo, sono riuscita ad adattare i miei disegni all’evoluzione del testo che, come avviene nella maggior parte dei casi, dalla prima stesura ha subìto diverse modifiche prima di raggiungere la forma definitiva.

Infatti, inizialmente la protagonista del libro era una bambina.

Ma viviamo in una cultura che assegna i ruoli di genere in modo marcato, come abbiamo detto nella chiacchierata con la Dott.ssa Cioni.

Esistono i giochi, i colori, i desideri, le parole, i vestiti, le emozioni per il maschio…e per la femmina.

La scelta del sesso biologico maschile è stata fatta per capovolgere una nostra costruzione.

Daniela, qual è il tuo stile?

Il mio è uno stile tradizionale, dunque per questo tema mi sono trovata molto bene.

Ad esempio, nella prima tavola di “Leo” non si vedono gli occhi. E per me gli occhi sono fondamentali. Scegliere di non disegnarli ha un significato importante.

Nel testo il protagonista sta sorridendo ma non sappiamo se è un sorriso spontaneo o meno. Ho scelto di non farli vedere per non far capire quale sia l’emozione.

Ci sono dei bambini e delle bambine che, attraverso le tue illustrazioni, sono riusciti/e a cogliere il tipo di emozione. Una educazione emotiva attraverso le immagini

Ne sono felice perchè significa che arriva. Le immagini ricalcano la storia ma sono anche una storia a sè. Si potrebbe pensare di riscrivere un’altra storia…

Qual è la tavola in cui ti rispecchi di più?

Probabilmente quella con Leo che se ne va in bicicletta solo soletto rimuginando su mille cose…

Da piccola ero così – e lo sono ancora in realtà – trascorrevo molto tempo da sola e pensavo tanto, anche troppo! E poi la tavola affianca il capitolo del libro che inizia con: “La domenica è il giorno della settimana che mi piace di meno…”. Sono d’accordo. La domenica non mi è mai piaciuta, è un giorno malinconico…

Raccontaci qualcosa sulla modalità di creazione di una immagine

Non ho una vera e propria tecnica. Utilizzo media tradizionali come matite, tempera, acrilico, a volte i colori ad olio e questo conferisce alle illustrazioni un sapore diverso, più caldo. In questo caso si adatta bene alla rappresentazione delle emozioni.

A questo punto, voglio ringraziarti Chiara, per aver curato nei minimi particolari ogni aspetto del libro perchè non è scontato per un’editrice/editore. Il formato, la grammatura della carta, il colore, la font, sono tutti aspetti fondamentali soprattutto in un albo illustrato.

La scelta accurata della carta ha permesso di valorizzare al meglio le mie illustrazioni, obiettivo non semplice da raggiungere! Sono davvero felice di come sia venuto questo lavoro.

Ed io ti ringrazio per la fiducia che mi hai dato.

Ho scelto un formato orizzontale – più utilizzato all’estero che in Italia – per una lettura accompagnata, per invitare al dialogo e alla riflessione. La grammatura e il colore della carta per mettere in risalto le illustrazioni. La  font ad alta leggibilità per aiutare chi ha difficoltà nella lettura (DSA).

Ultima domanda: questo libro parla di emozioni e quindi di cura e amore. Cos’è per te la cura?

La cura parte da una presa di coscienza, da una consapevolezza. È essere in empatia con qualcuno ed essere presente non solo fisicamente ma anche psicologicamente.

È un percorso da fare insieme.

 

 

 

 

 

Leo libro educazione emotiva

Educazione emotiva. Presentazione del libro “Leo”

Mi trovo di fronte (via Skype) alla Dott.ssa Cioni – psicologa, psicoterapeuta sistemico relazionale – per parlare dell’importanza dell’educazione emotiva e per dialogare su un tema, come quello della malattia, che suscita ancora molti dubbi su come debba essere affrontato quando in una famiglia ci sono dei bambini o delle bambine.

Lo faremo presentando “Leo”, il libro per cui ha collaborato direttamente.

Leo libro educazione emotiva

 

“Leo” nasce, come gran parte dell’idea editoriale di Chiara Editrice, con l’esigenza di proporre tematiche come la malattia, il lutto, la separazione dei genitori, l’orientamento, l’identità sessuale, la diversità linguistica, culturale e molto altro. Tutti temi che fanno parte della nostra realtà ma, forse, non ancora di quella che usiamo chiamare la nostra “normalità”.

Ma cos’è la normalità se non qualcosa che siamo abituate/i a vedere, qualcosa che siamo riuscite/i a far entrare dentro di noi e con cui, bene o male, conviviamo.

Dott.ssa Cioni, qual è il rischio psicologico di creare o alimentare un tabù?

Alimentare i tabù significa alimentare i pregiudizi, la diffidenza e questo i bambini lo imparano in famiglia. Pensiamo all’infanzia e all’importanza dell’educazione dei genitori verso “l’altro”, “il diverso”, “lo straniero” in generale. Negli ultimi anni i genitori si lamentano degli atti di bullismo. Ma la maggior parte dei fattori va ricercata proprio in casa.

Dovremmo rivedere il sistema dei valori della famiglia e quando parlo di famiglia non intendo solo quella tradizionale ma ciò che essa rappresenta. Dunque non solo uomo-donna ma tutte le figure di attaccamento e di accudimento dei bambini e delle bambine.

In generale, ignorare qualcosa impedisce di conoscerla mentre crescono gli stereotipi che creano distanza e diffidenza. Il risultato non può che essere la paura.

Ma andiamo al libro.

Leo è un bambino come tanti. Figlio più piccolo di una una famiglia – in questo caso – composta da madre, padre, sorella e fratello. Tra lui e il resto del nucleo familiare esiste una notevole distanza di età.

Il libro si apre con uno spaccato di vita familiare in cui viene introdotta, sin da subito, la formalità dei personaggi nonostante la delicatezza del momento che vivono: la malattia della mamma.

Dott.ssa,  come reagiscono di solito le famiglie in una situazione di malattia di un familiare?

Di solito le figure di attaccamento cercano di predisporre una rete di protezione nei confronti dei minori e questo è istintivo, naturale. Fa parte un po’ del concetto di sopravvivenza ed è umanamente comprensibile.

In realtà quello che noi professionisti del settore cerchiamo di spiegare ai genitori è di accompagnare i bambini e le bambine nella sperimentazione della gamma di emozioni che vanno dalla gioia al dolore.

È necessario che sperimentino tutto, che non siano protetti da ciò che è brutto e doloroso perchè l’incontro con il dolore prima o poi avverrà. Per questo è meglio affrontarlo insieme nelle varie tappe evolutive, ricordandoci che le emozioni sono presenti in noi sin dai primi mesi di vita e fanno parte del nostro corredo genetico. È qualcosa di cui non possiamo fare a meno e a cui non possiamo sfuggire.

Se non c’è esposizione al dolore non si sviluppano quegli “anticorpi” necessari per affrontarlo in età adulta.

Nel nostro caso, il piccolo Leo non ci sta a questo evitamento della realtà.

Il suo spirito speculativo mette a dura prova i suoi familiari che, in tutti i modi, cercano di evitare o soffocare il dolore che, indubbiamente, loro stessi provano.

Leo vuole risposte dagli adulti e, a modo suo, si fa sentire: con le domande, con la rabbia, con i mal di pancia, con l’enuresi notturna: quell’atto involontario di bagnare il letto durante la notte (altro tabù da sdoganare che probabilmente merita un capitolo a parte insieme all’importanza di ascoltare i sintomi, propri e altrui).

Leo fa un po’ l’adulto della situazione.

Una delle tappe fondamentali del ciclo vitale del bambino è la conquista della regolazione emotiva che si impara con le figure di attaccamento in modo da vivere le emozioni in maniera adattiva. Questo accade se i genitori si occupano e si preoccupano di dare al loro figlio quella che viene definita educazione emotiva.

Cosa significa educazione emotiva?

È l’abilità di processare informazioni di natura emozionale. Ciò implica la percezione, la comprensione e la gestione delle emozioni.

Nello sviluppo dell’intelligenza emotiva lavoriamo sulla percezione e identificazione delle emozioni, sulla capacità di mettere in relazione cognizione ed emozione, sulla comprensione della natura e gestione efficace delle emozioni.

Un adulto con una buona competenza emotiva è una persona in grado di riconoscere il ruolo che le emozioni hanno giocato nel suo percorso di sviluppo e nella sua storia relazionale. Di conseguenza è una persona in grado di gestire, regolare le proprie emozioni e di riconoscere quelle altrui, favorendo le relazioni positive per la propria crescita.

Nel nostro paese, l’educazione emotiva, sembra essere ancora culturalmente molto lontana, mentre altrove esistono programmi specifici molto utili per sviluppare determinate competenze.

In alcune famiglie accade mentre in altre c’è ancora poca attenzione. Ma quando accade qualcosa di inaspettato, la rete di protezione che viene creata si rivela inconsistente perchè si cerca di controllare qualcosa che non è controllabile. È come mettere i chiodi a una porta di legno quando arriva un uragano. A lungo andare può essere dannoso.

Nel libro si parla di un argomento serio che, in molti casi, dicevamo, spaventa perchè esistono diversi dubbi su come affrontarlo. Però se ne parla anche in modo ironico e alcuni passaggi  possono suscitare ilarità o curiosità, come la figura del cardinale…

Questo personaggio, insieme a qualche altro dettaglio, ha una funzione ben precisa: quella di identificare il piccolo protagonista in un ceto sociale abbiente e ben istruito per sottolineare che non esiste alcuna correlazione tra analfabetismo emotivo e livello di istruzione.

Assolutamente. Non è detto che in una famiglia di operai l’educazione emotiva non sussista e in una famiglia di professionisti questa avvenga.

È la qualità dei rapporti che fa di un genitore una figura accudente e non il peso economico che sostiene.

Certo, fa rabbia pensare che chi ha le possibilità o gli strumenti non approfondisca un aspetto che riguarda una responsabilità personale oltre che relazionale.

Noi sistemico relazionali siamo abituati a ragionare non rispetto ai genitori ma rispetto ai nonni: infatti parliamo di trigenerazionalità. Quando un bambino viene in terapia, dobbiamo osservare come funziona l’intero sistema.

Passiamo all’ultimo argomento.

Viviamo in una cultura che assegna i ruoli di genere in modo marcato. Esistono i lavori, i giochi, gli sport, i colori, i desideri, gli amori, le aspettative, le parole, i vestiti, le leggi, gli stipendi e le emozioni per il maschio…e per la femmina.

La scelta del sesso biologico maschile è stata fatta proprio per dare la possibilità ai bambini di potersi identificare in comportamenti che la nostra cultura ha assegnato alle bambine, come per esempio la dimensione del pianto.

Quante volte sentiamo pronunciare “non piangere, sei un maschietto” ,”non piangere sei forte”, “non piangere, ormai sei grande”?

Come se il pianto avesse un sesso, un’età o delle qualità precise per poter essere espresso.

Il pianto ha una sua funzione fondamentale, profonda, eppure viene spesso stroncato aumentando un senso di inadeguatezza e frustrazione.

Correlare il pianto alla fragilità piuttosto che alla forza è un errore da cui sarebbe l’ora di liberarci.

Uno dei compiti evolutivi degli adulti è quello di dare legittimità alle emozioni.

Minimizzarle non aiuta di certo a scioglierle.

Se l’intento dell’adulto è quello di “far smettere di piangere”, sarebbe più sensato accogliere l’emozione affinchè non si trasformi in altro, ad esempio, in rabbia.

Cosa potremmo dire a un/a bambino/a che piange?

Cosa ti fa piangere? Come ti fa sentire questa cosa? E ascoltare, senza giudizio.

Ma per far questo bisognerebbe preparare prima gli adulti…

“Leo” è un libro trasversale.

È un libro che ha l’intento di supportare prima di tutto gli adulti ad affrontare le proprie paure.

A prescindere da quello che la vita ci riserva, sviluppare una capacità nel riconoscere e accogliere le emozioni che sentiamo non solo ci permette di diventare adulti consapevoli, con una vita soddisfacente, ma anche di lasciare questo prezioso e indispensabile bagaglio alle vite future.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Coltivare le risorse

Cos’è importante coltivare nei bambini e nelle bambine?

Molti genitori, quelli più altruisti, desiderano che i propri figli e le proprie figlie diventino persone capaci di prendere buone decisioni. Si augurano che i loro piccoli e le loro piccole possano diventare persone autonome, in grado di intrecciare relazioni gratificanti e in grado di costruire una vita soddisfacente. In altre parole, desiderano che siano felici.

Coltivare le risorse

Su cosa è importante concentrarsi affinché tutto questo si realizzi?

Secondo Daniel J. Siegel, docente di psichiatria presso la University of California School of Medicine di Los Angeles e Tina Bryson, psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza, nonché responsabile del servizio di educazione genitoriale del Mindsight Institute, sono quattro le caratteristiche necessarie da coltivare per uno sviluppo sano e completo.

Equilibrio:capacità di riconoscere e gestire le emozioni; di conseguenza il comportamento.

Resilienza:capacità di superare le difficoltà che si presentano in modo inevitabile.

Insight:capacità di guardarsi dentro, avere consapevolezza di sé.

Empatia:capacità di comprendere gli stati emotivi di un’altra persona.

Nel loro lavoro, Siegel e Bryson, si prefiggono lo scopo di aiutare i bambini e le bambine ad aprire la mente a nuove sfide e nuove opportunità, ad acquisire consapevolezza di sé e delle proprie potenzialità.

Conquistare una “mentalità del sì”, come viene definita nel loro testo “Yes Brain”, significa aprirsi a uno stato neurologico che aiuta i bambini e le bambine – ma anche gli adulti –  a sviluppare una specifica zona del cervello, chiamata corteccia prefrontale, utile alla piena maturazione.

Cosa permette una mentalità del sì?

  • Sviluppa una maggiore creatività e curiosità.
  • Aiuta a essere più flessibili e più disponibili al compromesso.
  • Favorisce l’attitudine all’esplorazione.
  • Permette di conoscersi a fondo e di guidare le proprie decisioni consapevolmente.
  • Valorizza le relazioni con gli/le altri/e.

Uno “stato del no” è, invece, una condizione molto meno integrata poiché coinvolge regioni del cervello più primitive.

Respingere e Attaccare sono le due modalità principali per chi vive nello stato del no. Con ansia, paura e senso di competizione diventa molto difficile comprendere se stessi e gli/le altri/e.

Lo stato del no permette molto meno di ascoltarci e di ascoltare, di prendere decisioni valide o di entrare in sintonia con un’altra persona perché l’attenzione viene rivolta soprattutto alla sopravvivenza e all’autodifesa.

Come cambierebbe la vita familiare e quella scolastica se i nostri figli e le nostre figlie  riuscissero ad affrontare le situazioni di ogni giorno con un approccio all’insegna del invece di reagire con un approccio all’insegna del no?

Educare al sì non significa, però, essere permissivi, darla sempre vinta oppure proteggere dalle delusioni.

Uno sviluppo cerebrale e mentale all’insegna del , perché è di un particolare stato neurologico di cui si parla, conduce alla capacità di provare gioia e significato persino nelle difficoltà.

Se vogliamo aiutare i bambini e le bambine a diventare persone capaci di condurre un’esistenza ricca di senso e di avere successo nel corso della vita, nulla è di fatto più importante che aiutarli/e a realizzare l’integrazione del proprio cervello.
Poiché un cervello interconnesso e integrato è più flessibile, adattivo, coerente, pieno di energia e stabile.

Il dolore nel tempo

Antropologia del Dolore

 

Mentre scrivo questo articolo il mondo attorno a noi è preda a una pandemia che sta cambiando radicalmente le nostre abitudini e la nostra quotidianità. Tutto appare ribaltato, frantumato e inevitabilmente compromesso; la malattia e la sofferenza ci sembrano vicine e ovviamente ci spaventano.

 

Il cambiamento del dolore nel tempo

È interessante però notare come il rapporto della umanità con il dolore, e in particolare la morte, sia cambiato con il trascorrere dei secoli, tanto da poter identificare plurime umanità.

La disciplina che si dedica allo studio di questo fenomeno è l’antropologia culturale,
un vasto puzzle composto da molte tessere identificabili in fonti dirette o indirette del passato.

Per capire infatti quale fosse il modo di pensare di una civiltà del passato è necessario analizzare
gli scritti, le arti, i monumenti, ma anche le sepolture dei propri morti, e in questo campo
l’archeologia funeraria ne è la bussola.

Ogni sistema sociale elabora un rituale funebre proprio, in cui la pratica funeraria funge da sistema di comunicazione che trasmette informazioni sul defunto alla comunità dei vivi. O meglio, il trattamento del deceduto serve a enfatizzare i diversi ruoli sociali che la persona aveva avuto in vita.

Una vera e propria antropologia della morte.

Più il sistema sociale era complesso e più i ruoli aumentavano. Quindi la variabilità funeraria riflette il livello di complessità organizzativa del sistema sociale. La conseguenza di tutto ciò è la formulazione di quella che viene definita ‘antropologia della morte’, ovvero l’analisi del rapporto che ogni società ha con il trapasso dei propri membri.

Una interessante analisi dell’evoluzione degli atteggiamenti è quella formulata dallo storico Philippe Ariès (1914-1984) che identifica 5 momenti storici corrispondenti a 5 visioni differenti della morte.

In ordine cronologico troviamo:

1. “La morte domestica”. Tipica dell’antichità classica ed alto medioevo, in cui la vita media
era molto bassa, per cui l’atteggiamento nei confronti della morte era di rassegnata accettazione. La morte era un evento domestico, familiare, naturale ed inevitabile.

2. “Morte di sé”. Nel basso medioevo si diffonde la concezione di tragico destino personale,
ovvero la morte come evento fisico e di sofferenza.

3. “Morte lontana e imminente”. È la concezione della morte distaccata dalla vita quotidiana,
ma sempre imminente, che si sviluppa prevalentemente alla fine del XVI secolo.

4. “Morte dell’altro”. Nella seconda metà del XVIII secolo fino al XIX secolo nasce il fascino
“romantico” del letto di morte. Il decesso è sentito all’interno dei legami affettivi familiari e romantici.

5. “Morte capovolta”. E’ il rapporto che ha la nostra società con la morte, che appare come un
fenomeno alieno al mondo dei vivi. E’ quasi un tabù, da nascondere anche al morente. La
morte viene “ghettizzata” negli ospedali.

Chiaramente questa evoluzione viene condizionata da molteplici fattori, tra cui soprattutto la
religione. Nell’antichità, quando la morte era ‘domestica’, il moribondo aveva coscienza della
propria condizione e le persone a lui care si abbandonavano al cordoglio con manifestazione
catartiche di dolore.

Vi erano quindi dei riti di passaggio necessari per placare l’anima del defunto che vagava inquieta, al termine dei quali i superstiti tornavano presto ad una vita normale. Il “viaggio” ed il “vagare” dell’anima viene sostituito poi con il Purgatorio nel XII – XIII secolo.

Successivamente, con la Riforma, la Chiesa Cattolica abolisce il concetto di “durata” relativo alla morte e la concezione dei riti di passaggio, per cui impone dei riti immediatamente consecutivi all’evento. Nel XVIII secolo quindi il funerale perde la sua valenza di rito di passaggio e diventa momento unico. Da qui si giunge ai giorni nostri, con la morte che diventa aliena al mondo del vivi che quindi non può più essere vista, citata o pensata.

Avere uno spirito critico sulla vita è importante.

E la morte fa parte della vita.

 

 

Letture consigliate:

– Ariès P. Essais sur l’histoire de la mort en Occident: Du Moyen Age à nos jours. Rizzoli, 1978.
– Ariès P. L’uomo e la morte dal medioevo ad oggi. Laterza 1980.
– Assmann J. La morte come tema culturale, Einaudi 2002.
– Favole A. Resti di umanità. Vita sociale del corpo dopo la morte, Laterza 2003.
– Grmek MD. La malattia all’alba della Civiltà occidentale, Ed. Il Mulino 2013 (ristampa).
– Hutington R, Metcalf P. Celebrazioni della morte. Antropologia dei rituali funerari, Il Mulino
1985. (Celebration of Death. The Anthropology of Mortuary Ritual, Cambridge 1979).
– Tartari M. (a cura di) La terra e il fuoco. I riti funebri tra conservazione e distruzione. Roma
1996.
– Van Gennep A. Les rites de passage, Parigi 1909; (trad. it. I riti di passaggio, Bollati
Boringhieri 1981).

Desidero ringraziare il mio maestro, Prof. Gino Fornaciari (Università di Pisa) per le preziose
lezioni di ‘archeologia funeraria’.

Dott. Raffaele Gaeta

Divisione di Paleopatologia, Università di Pisa

atteggiamento empatico nella gestione di una crisi

Tutte e tutti abbiamo un sogno (e un privilegio da accogliere).

Tutte e tutti abbiamo un sogno, un motivo nella nostra pancia per cui valga la pena lottare.

 

atteggiamento empatico nella gestione di una crisi

 

Ma la distrazione quotidiana e la mancanza di fiducia nelle nostre capacità, possono giocare un ruolo negativo per realizzare quello che sentiamo, se siamo capaci di ascoltarlo.

Le difficoltà che stiamo incontrando negli ultimi due mesi per la pandemia dovuta al COVID-19, possono essere trasformate in una occasione per crescere, per imparare a empatizzare con chi le difficoltà le vive sempre, in tanti modi diversi, in tanti modi invisibili…ai nostri occhi.

Un invito a cambiare prospettiva

Potremmo utilizzare questo cambiamento della nostra vita relazionale e lavorativa per vivere qualitativamente le nostre giornate, per entrare in contatto con noi e per imparare ad amare l’Altro. Il diverso da noi. Quello che non siamo abituate/i a guardare.

Siamo obbligate/i a cambiare lo stile di vita soprattutto per le persone fragili fisicamente. C’è stato chiesto uno sforzo, neanche troppo grande, di rimanere nelle nostre case per proteggere non solo noi ma soprattutto le persone anziane e immunodepresse.

C’è stato chiesto di essere persone altruiste e collaborative perchè maturando una responsabilità individuale possiamo essere in grado di collaborare in modo globale.

Allora cosa succederebbe se imparassimo più spesso a cambiare il nostro punto di vista?

Se scoprissimo che uomo e donna, bianco e nero, etero e omosessuale, cisgender e transgender, ricco e povero, abile e disabile hanno gli stessi sogni ma possibilità differenti.

Se ci accorgessimo che per centinaia, migliaia di persone, sarebbe un sogno non patire la fame, la guerra, la malattia, la violenza, la discriminazione, l’isolamento…

Se questa situazione fosse un’occasione per  sviluppare un senso di responsabilità nei confronti della nostra vita e di quella degli altri…

Se imparassimo, da questa nostra difficoltà, che esistono problemi molto più invalidanti e drammatici,

come useremmo il privilegio di essere dalla parte fortunata?

Se questa fosse una opportunità per pensare all’umanità in modo diverso, più collaborativo, empatico…

saremmo capaci di coglierla?

DSA

Cosa sono i DSA? Intervista al Presidente dell’Associazione Italiana Dislessici di Pisa

A poco più di un mese dalla settimana nazionale della dislessia, ho voluto intervistare il Presidente dell’Associazione Italiana Dislessia di Pisa (AID), Francesco Biagioni, per fare un po’ di chiarezza su un tema che riguarda il 4% degli studenti delle scuole: i DSA.

DSA

Biagioni, cosa significa DSA?

DSA è un acronimo che sta per Disturbi Specifici dell’Apprendimento. I DSA sono quattro: dislessia, discalculia, disortografia e disgrafia.

Fino a poco tempo fa si usava la parola dislessia come termine generico per indicare un ragazzo o una ragazza che, in realtà, è un DSA.

Quali sono le caratteristiche della dislessia, discalculia, disortografia e disgrafia?

La dislessia è una difficoltà relativa alla lettura, sia per quanto riguarda la velocità sia per quanto riguarda la correttezza del contenuto. Se consideriamo la curva gaussiana, un ragazzo o una ragazza dislessico/a è nell’area deficitaria rispetto alla media standard.

Può leggere abbastanza velocemente e compiere molti errori. Anche se è più riscontrabile che faccia una lettura più lenta ma corretta.

Chiaramente dipende tutto dalla severità della dislessia, aspetto molto importante da introdurre: non tutti sono dislessici allo stesso modo.

La discalculia, invece, è una difficoltà delle abilità logico-matematiche. Ne esiste una di tipo procedurale che si manifesta in comorbidità con gli altri DSA e che riguarda le automatizzazioni: tabelline, incolonnamenti etc. E ne esiste una profonda: questa si presenta separata dagli altri DSA e può chiamarsi anche discalculia pura. In questo caso si ha una difficoltà nella visione generale del numero: non si comprende la sua grandezza.

La disgrafia è una specifica difficoltà dello scrivere con la penna.
Difficoltà di tipo visivo-spaziale, ad esempio, che riguarda i margini del foglio oppure grafo-motoria nel recupero dello schema motorio della lettera.

La disortografia, ultima non per importanza, è una complessità relativa all’automatizzazione delle regole grammaticali. Possono essere omesse o aggiunte sillabe, invertite lettere, può esserci uno scambio di grafemi omofoni etc. Esistono gli errori non plausibili fonologicamente e quelli plausibili fonologicamente.

Dopo questa panoramica che sicuramente merita di essere approfondita, passiamo al linguaggio corretto da utilizzare: i DSA sono malattia, una caratteristica? Come possiamo definirli?

Il termine corretto da utilizzare è neurodiversità.

In un cervello di un normo lettore e in un cervello di un dislessico, per esempio, durante la lettura si attivano aree diverse, evento riscontrabile attraverso una risonanza magnetica funzionale.

Le cause sono organiche e genetiche.

Essere un DSA comporta tutta una serie di problemi. Ma questo aspetto può diventare anche un punto di forza, una caratteristica appunto. Come esistono le aree deficitarie, esistono le aree in cui un DSA brilla: ad esempio nell’area uditivo-verbale e nell’area della memoria visivo-spaziale. Coltivare i punti di forza è sicuramente un vantaggio.

Qual è l’età per poter fare una diagnosi completa?

Per la dislessia già dalla fine della seconda elementare, mentre per la discalculia dalla terza. Il mio consiglio è quello di aspettare la terza elementare per poter avere una diagnosi approfondita.

Chiaramente prima arriva e prima si può pensare di integrare un percorso e suggerire una strumentazione per lo studio. Le diagnosi che arrivano tardi complicano la situazione e mettono in atto tutta una serie di sistemi di compensazione, talvolta, faticosi.

A chi ci si deve rivolgere quando si ha un sospetto di DSA?

Ci si può rivolgere sia a strutture private accreditate sia alle ASL.  Essendoci quasi il 4% dei DSA nelle scuole, le liste di attesa sono lunghe.
La diagnosi deve essere fatta da una équipe di psicologi, logopedisti e neuropsichiatri. Il lavoro e il confronto del gruppo sono fondamentali.

La collaborazione scuola-famiglia può essere determinante, il personale scolastico è preparato alla soggettività degli alunni o l’approccio è ancora standardizzato?
E poi, le famiglie come reagiscono alla diagnosi?

Quando arriva una diagnosi di DSA la famiglia si spaventa. L’idea che il proprio figlio abbia un diverso funzionamento del cervello fa paura.
Ma il bambino deve potersi sentire in un ambiente protetto dove i genitori credono in lui.
I DSA sono bambini/e intelligenti. Se iniziano a sentirsi stupidi/e perché a scuola i voti sono brutti e a casa vengono visti come pigri/e , il rischio è che venga lesa l’autostima. E questo comporta tutta un’altra serie di problemi a cascata.

La scuola ha un metodo che non è adatto a uno/a studente/ssa DSA. Le lezioni frontali e il metodo di studio basato solo sulla letto-scrittura sono un problema. Un/a DSA avrebbe molti più benefici nelle lezioni in cui vi è la possibilità di un confronto e in cui vi è l’utilizzo di strumenti come mappe e video.

Ciò che ancora poco si considera è che più una scuola è sensibile ai DSA più a beneficiarne è tutta la classe. Qualsiasi bambino/a risponde positivamente a un approccio di studio di questo tipo.

Cosa sono gli strumenti compensativi e i metodi dispensativi? Chi li usa è facilitato?

Esempi di strumenti compensativi sono la sintesi vocale, la calcolatrice vocale, il correttore ortografico, la tastiera di un computer.
Chi li usa è facilitato nell’arginare, in parte, la propria difficoltà e non nella finalizzazione del compito. Si risparmia quell’energia e quel tempo per rispondere alla domanda ma chiaramente il contenuto della risposta fa parte della preparazione dello/a studente/ssa.

Per quanto riguarda le misure dispensative, per legge, deve essere dato il 30% in più del tempo durante una verifica oppure, le stesse, devono essere ridotte, non per contenuto ma per ampiezza, in modo tale da permettere di svolgere l’intero compito.

Dare strumenti compensativi, però, non basta. Bisogna darli in base alle caratteristiche del/lla ragazzo/a.

Tutti i DSA sono diversi perchè tutti i bambini/ragazzi sono diversi.

È possibile scoprire di avere un DSA in età adulta? La diagnosi è sempre utile?

Assolutamente sì. Capita sempre di più che genitori, portando i/le propri/e  figli/e a fare un controllo, scoprano di avere loro stessi un DSA. Come dicevo prima, molti comportamenti che in passato sono stati attribuiti alla pigrizia oggi hanno un nome specifico. Ricevere una diagnosi fa parte del percorso di  consapevolezza di una persona. Per tante, la diagnosi, è una liberazione per altre è la consacrazione di una etichetta.

Cosa diresti a un bambino/adolescente con DSA nel pieno delle difficoltà?

Gli direi di stringere i denti, di credere nelle proprie potenzialità e negli strumenti che gli vengono offerti (che a volte non danno subito il risultato sperato). Gli racconterei che la strada è in salita e il lavoro da fare è tanto ma gli vorrei ricordare che sono in buona compagnia: Einstein, Walt Disney, Edison, Leonardo da Vinci, J.F. Kennedy, Jhon Lennon, Churchill, sono solo alcuni dei personaggi famosi che hanno saputo far brillare il proprio genio nonostante, o soprattutto, fossero con DSA.

Hanno avuto la fortuna e la capacità di scoprire le proprie passioni, hanno coltivato gli aspetti in cui brillavano di più e sono stati disposti a sudare per quello che amavano.

 

 

 

Pedofilia Bambini

Attenti al lupo?

Esiste un argomento che per diverse ragioni che vanno dal tabù sociale, al trauma psicologico, o più semplicemente alla paura, trova difficilmente posto nelle nostre conversazioni quotidiane: la pedofilia.

Pedofilia Bambini
L’idea che un bambino o una bambina possano essere vittime di un abuso sessuale da parte di un adulto è un’immagine che fa rabbrividire e, come tutte le cose che spaventano, la tendenza è quella di allontanarne il pensiero.

Ma la pedofilia esiste ed è un fenomeno molto frequente (1 bambino su 5 ne è vittima), vive in un mondo sommerso e, se non impariamo a conoscerlo, ad avere il coraggio di farlo emergere, rischiamo di tramandare errori molto gravi.

Alcuni di noi sono cresciuti con la favola di Cappuccetto Rosso: una bambina che vive con la mamma nel bosco. Un giorno, mentre porta un cestino di frutta alla nonna ammalata, incontra un lupo nero che tenta di approfittarsi di lei per poi essere salvata dal buon cacciatore.

Una favola piena di stereotipi

Questa fiaba, come tutti i racconti folklorici di origine popolare, è ricca di stereotipi molto conservatori: la donna adulta è necessariamente una mamma (categoria che include il lavoro emotivo e, dunque, la premura); la donna anziana è necessariamente una nonna (e dunque in condizione di svantaggio); il lupo, generica allegoria del pericolo in cui ci si può imbattere quando si travalicano i confini della civiltà (il piccolo villaggio) e ci si inoltra nella natura, in ciò che è “selvaggio” (il bosco), è rigorosamente nero (si potrebbero cogliere numerose implicazioni razziali, specialmente quelle per cui sono le persone non bianche ad occupare i poli della “natura” contro la “civiltà”); l’uomo è un cacciatore (bianco, buono, coraggioso, pronto a rischiare la vita per salvare le donne deboli).

Eppure questa fiaba, raccolta dai fratelli Grimm nella loro antologia di racconti tedeschi, non menziona il fatto che molto spesso gli agenti del pericolo non sono estranei, ma proprio le persone che frequentiamo e con cui abbiamo maggiore familiarità. Infatti, la maggior parte degli abusi avviene in famiglia o, comunque, in un ambiente che le bambine e i bambini frequentano quotidianamente.

La casistica è quasi unanime: il pedofilo è una persona con cui il bambino trascorre del tempo; può essere un genitore, un parente, un allenatore sportivo, un prete, un insegnante. Non esiste un limite al ruolo che ha, alla classe sociale di appartenenza o al suo genere sessuale. Non si aggira per strada cercando di adescare regalando caramelle e non ha scritto sul viso: “io sono il cattivo”.

Il pedofilo è una persona di cui il bambino si fida.

Spesso non sa di essere “cattivo” perché quello che instaura con la vittima, per lui, non è grave. E cerca di convincere il bambino a considerare quegli abusi un segreto da non rivelare.
La pedofilia è un fenomeno sociale e psicologico che anche discipline medico scientifiche hanno cercato di analizzare, con risultati spesso inconcludenti dovuti alla rarità con cui una persona che si identifica come “abusante” si sottoponga spontaneamente alle cure.

La vita degli abusati, invece, viene segnata da depressione, ansia, disturbi della sfera sessuale. Talvolta, diventati adulti, decidono di affrontare la lacerazione del trauma. Ma capita che spesso l’abuso venga rimosso, essendo il ricordo troppo pesante da sostenere.

E se questa è una realtà drammatica, lo è ancora di più quella in cui, a volte, il pedofilo viene “coperto” dagli stessi familiari della vittima che sanno e tacciono, condannando il bambino o la bambina ad essere vittima per la seconda volta. (Questo aspetto verrà argomentato in un altro articolo).

E allora come difendersi dalla pedofilia?

Il Consiglio d’Europa, qualche anno fa, ha realizzato una campagna per aiutare i bambini a proteggere il proprio corpo e insegnare loro ad instaurare un dialogo con gli adulti utilizzando un linguaggio semplice e chiaro. Qui di sotto i punti essenziali:

  • È necessario insegnare alla bambina e al bambino che IL CORPO GLI APPARTIENE, È SUO, e che nessuno ha il diritto di violarlo.
  • È necessario insegnare alla bambina e al bambino la differenza tra UN CONTATTO BUONO E UNO CATTIVO. Per quanto difficile possa essere per un genitore o un educatore, questo concetto è di capitale importanza.
  • È necessario insegnare alla bambina e al bambino la differenza tra SEGRETI BUONI E SEGRETI CATTIVI. Questo insegnamento aiuta a creare un clima di fiducia. Sono cattivi tutti quei segreti che creano disagio, paura o rendono tristi. Questi segreti devono essere svelati.

La violazione delle loro parti intime e del loro corpo è spesso vissuta dai bambini come un motivo di vergogna, come qualcosa da nascondere, una colpa personale. Sono gli adulti che devono insegnare ai piccoli ad avere il coraggio di denunciare episodi che creano in loro tensione e ansia. Se i bambini hanno paura, i grandi non devono averne.

LA RESPONSABILITÁ DELLA PREVENZIONE E DELLA PROTEZIONE SPETTA A UN ADULTO.

In generale, è buona abitudine osservare qualsiasi cambiamento nel comportamento dei piccoli: irrequietezza, sbalzi d’umore, enuresi , inappetenza, disturbi del sonno, problemi scolastici, a volte, possono essere segnali di un trauma molto profondo.
Saper intervenire tempestivamente può essere un aiuto prezioso per l’integrità della salute dei nostri bambini.

Chiara Montone d’Emilia

www.chiaraeditrice.com