Educazione affettiva e sessuale

“L’educazione affettiva e sessuale devia i bambini”: ecco come l’ignoranza può diventare pericolosa

Educazione affettiva sessuale: un’urgenza reale, non un capriccio moderno

L’idea che l’educazione affettiva e sessuale possa “deviare” bambine e bambini è una delle narrazioni più pericolose e tossiche che ancora infestano il dibattito pubblico in Italia. Non si tratta solo di una convinzione arretrata: è una forma di ignoranza sistemica che danneggia l’infanzia e rallenta ogni progresso sociale. Quando si parla di educazione affettiva e sessuale, non si parla banalmente di “educazione al sesso”, ma di qualcosa di più ampio e radicale: educazione al rispetto, alla consapevolezza, al consenso.

Insegnare l’educazione affettiva e sessuale a scuola non significa anticipare esperienze o informazioni inappropriate, ma fornire gli strumenti per comprendere se stesse e se stessi, i propri confini, le proprie emozioni, il proprio corpo. Significa costruire fin dall’infanzia una cultura del rispetto e della prevenzione.

L’educazione emozionale e il rispetto del corpo: le basi della prevenzione

Quando si parla di educazione affettiva e sessuale nei primi anni di vita, si parla innanzitutto di educazione affettiva. Una bambina di quattro anni che impara a riconoscere e nominare le emozioni, che sa chiamare le parti del corpo con il loro nome, che impara a dire “no” a un contatto che non le piace, ha molte più possibilità di proteggersi da abusi o violazioni. Un bambino che comprende cos’è il consenso e impara a riconoscere l’empatia è meno incline a riprodurre modelli violenti o dominanti.

Non è una questione ideologica, ma di salute pubblica, di diritti, di sicurezza. L’educazione affettiva e sessuale non è un’eresia, ma uno strumento reale di prevenzione degli abusi infantili.

Cosa dice l’OMS sull’educazione sessuale

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’educazione affettiva e sessuale deve iniziare nella prima infanzia e svilupparsi in modo progressivo durante tutte le fasi di crescita. Le sue linee guida europee parlano chiaro: bisogna promuovere fin da piccole e piccoli la conoscenza del proprio corpo, la gestione delle emozioni, il rispetto per le altre persone, la parità tra generi, l’autodeterminazione e il consenso.

L’approccio raccomandato è integrato e multidimensionale. Si lavora sul piano cognitivo, emotivo, fisico e sociale. Tutto il contrario della pornografia o della disinformazione che invece invade oggi internet, che plasma in silenzio e senza controllo l’immaginario delle e dei più giovani.

Educazione affettiva e sessuale in Europa: un diritto garantito. In Italia: un tabù.

In Paesi come Svezia, Germania, Norvegia e Paesi Bassi, l’educazione affettiva e sessuale è parte integrante del curriculum scolastico e, soprattutto, è obbligatoria. Le scuole la trattano con competenza, gradualità e rispetto. I risultati si vedono: minori tassi di gravidanze precoci, minore incidenza di malattie sessualmente trasmissibili, maggiore consapevolezza relazionale tra adolescenti.

In Italia, invece, il panorama è desolante. La paura di questo tipo di educazione viene alimentata da disinformazione, moralismo religioso, ideologie patriarcali. Nessuna legge nazionale obbliga le scuole ad affrontare questi temi. I tentativi vengono spesso ostacolati con accuse di “indottrinamento” o “propaganda gender”. Un allarmismo costruito ad arte, che serve a mantenere l’ignoranza come norma e la vergogna come strumento di controllo.

Chi ha paura dell’educazione affettiva

L’opposizione all’educazione affettiva e sessuale non arriva solo da ambienti estremisti. C’è anche una vasta fascia di persone adulte – genitrici, genitori, insegnanti – cresciuti senza parole per dire le emozioni, cresciuti a pane e vergogna, che oggi faticano a gestire la complessità. Ma è proprio questo nodo che va sciolto: non si può trasmettere ciò che non si è imparato.

Chi teme l’educazione affettiva spesso è stato educato a obbedire, non a sentire. A subire, non a scegliere. A reprimere, non a conoscere. L’idea che parlare di corpo, emozioni e desiderio possa “rovinare” l’infanzia è figlia diretta di questa matrice culturale. Ma l’infanzia viene rovinata dal silenzio, non dalla conoscenza.

L’ignoranza è un rischio sociale

Continuare a ignorare questi temi non è una scelta neutra. È una scelta che lascia le bambine e i bambini più vulnerabili, più esposti, più soli. È una scelta che perpetua la violenza, che ostacola il cambiamento, che isola chi ha bisogno. L’ignoranza non è mai solo personale: diventa collettiva, politica, strutturale. E le sue conseguenze sono devastanti.

Essere persone adulte consapevoli oggi

Oggi più che mai serve un cambio di rotta. Serve formare persone in grado di accompagnare l’infanzia con coraggio, con linguaggio, con presenza. Serve una scuola che si assuma la responsabilità educativa e smetta di cedere alla paura. Serve un Paese che scelga la prevenzione invece della censura, la consapevolezza invece del tabù, la relazione invece del potere.

Non è una battaglia ideologica. È una battaglia culturale, educativa, civile.

La vera deviazione è lasciare crescere nell’ignoranza.