LGBTQIA+

“Ora è diventata una moda essere omosessuali”. La frase che ignora la realtà.

C’è un ritornello che rimbalza con frequenza disarmante nei discorsi di molte persone: “Essere omosessuale oggi è diventato di moda.” Una frase che si insinua come verità apparente, ma che cela una profonda disinformazione e un’incapacità culturale di leggere il presente con occhi liberi da pregiudizi.

Questa frase, spesso pronunciata con tono di rassegnazione o allarme, riflette la difficoltà di accettare una realtà che oggi – finalmente – sta emergendo: molte più persone, fin dalla giovane età, si sentono legittimate a esplorare, nominare e condividere il proprio orientamento affettivo e sessuale. Non perché sia di moda, ma perché esiste uno spiraglio, una possibilità di esistenza, visibilità e parola che prima non c’era. Perché oggi, in certi contesti, essere se stesse e se stessi è meno pericoloso di quanto non lo fosse venti o trent’anni fa.

Essere visibili non è moda. È sopravvivenza.

Per secoli, la cultura dominante ha imposto il silenzio e la vergogna alle persone LGBTQIA+. Quel che oggi viene scambiato per “moda” è invece il frutto faticoso di lotte personali e collettive che hanno aperto spazi di parola, educazione e autodeterminazione. Non è che ci siano più lesbiche, più gay, più persone non binarie: ci sono più possibilità di nominarlo senza rischiare – almeno in alcune zone del mondo – l’espulsione, l’invisibilità, la terapia riparativa o la morte sociale.

La moda passa. L’identità resta. Lo stigma, invece, si trasforma.

Ecco perché è urgente smettere di banalizzare la crescente visibilità LGBTQIA+ tra le giovani e i giovani. Non è uno stile passeggero, ma un grido di liberazione che rimbalza tra i corridoi delle scuole, le chat adolescenziali, le camere da letto in cui le ragazze e i ragazzi cercano rifugio, i consultori troppo spesso impreparati a fornire supporto adeguato. Il corpo, il desiderio e l’identità sono diventati, finalmente, terreni da esplorare con linguaggi più ampi e meno punitivi. Ma questo non significa che il lavoro sia finito. Anzi.

Dietro la frase: cosa c’è davvero?

Dire “è di moda” ha la funzione di sminuire. Di depotenziare un’espressione identitaria profonda e spesso sofferta. È un modo per mettere distanza, per non entrare nel merito. Per non farsi domande. Per non cambiare lo sguardo.

Soprattutto, è un modo per non ascoltare.

Spesso, infatti, chi pronuncia questa frase non è disposta o disposto a fermarsi a chiedere: che cosa ti fa sentire così? Di cosa hai bisogno? In quale contesto ti senti al sicuro? Queste domande mancano nelle scuole, nelle famiglie, nei luoghi educativi, nei gruppi sportivi. E chi le dovrebbe fare – spesso per mancanza di formazione o per paura – sceglie il sarcasmo o la semplificazione.

La verità è che la visibilità queer genera ansia. Perché smonta certezze, sposta i confini del linguaggio, costringe a ripensare l’educazione affettiva, il linguaggio, il corpo, il consenso, la genitorialità. E ciò che non si conosce, si demonizza. O peggio: si ridicolizza.

Il ruolo della scuola e della famiglia: tra silenzi e possibilità

Non c’è nulla di frivolo nell’esplorare la propria identità. E non c’è nulla di frivolo nell’essere genitrici e genitori, insegnanti e persone adulte di riferimento per una persona che lo sta facendo. Ma è una responsabilità. Ed è una responsabilità che non può più essere ignorata.

La scuola – se davvero vuole essere presidio educativo – deve imparare a nominare il genere, l’identità e l’affettività con linguaggio corretto e consapevole. Deve formare il personale docente e offrire spazi di ascolto. E deve farlo oggi. Non domani.

Allo stesso modo, le famiglie devono uscire dalla logica della colpa, del rimedio e del controllo. Non è “dove abbiamo sbagliato”, ma “come possiamo ascoltare e sostenere”. Le identità LGBTQIA+ non si correggono. Si accompagnano.

E chi cresce in un contesto che le riconosce, fiorisce. Chi cresce in un contesto che le nega, si ammala. E non è un’opinione. È un dato. I livelli di depressione, ansia, autolesionismo e rischio suicidario tra le persone giovani LGBTQIA+ sono ancora troppo alti. E non per  l’orientamento differente, ma per l’assenza di accoglienza e di strumenti attorno a loro.

Non si tratta di numeri. Si tratta di vite.

Nel tempo ho imparato che dietro ogni “è solo una fase” o “lo fanno tutte” c’è una paura profonda: la paura dell’autonomia affettiva delle proprie figlie e dei propri figli. La paura che rompano gli schemi, che scelgano qualcosa di diverso da ciò che è stato tramandato. Ma la libertà non è una minaccia. È una possibilità. E se il nostro compito educativo vuole trovare un senso, allora dovrebbe essere quello di offrire strumenti, spazi e ascolto perché ogni persona possa essere se stessa senza dover chiedere il permesso.

È tempo di restituire dignità a ogni identità. È tempo di decostruire il pregiudizio e la paura. È tempo di smettere di parlare di “moda” e iniziare a parlare di soggettività valide.