Quando si parla di discriminazione scolastica legata all’orientamento sessuale e all’identità di genere, spesso ci si concentra sugli episodi eclatanti: insulti, prese in giro, bullismo. Ma c’è un’altra forma di violenza che scivola sotto i radar, più subdola e, a volte, più dannosa: il silenzio.
Il silenzio delle aule, delle istituzioni, dei libri di testo che non nominano mai l’esistenza di persone lesbiche, gay, bisessuali, trans e queer. Il silenzio dei discorsi educativi che parlano d’amore solo declinandolo in modo eterosessuale, come se le altre possibilità non esistessero. Il silenzio delle persone adulte che, pur avendo gli strumenti per cambiare le cose, preferiscono non esporsi. Per paura, per ignoranza, per comodità.

Quando il non detto diventa stigma
Immagina di avere dieci, dodici, quattordici anni e sentire che il tuo cuore batte per qualcuno del tuo stesso genere. Immagina di non trovare nessuna traccia di te nei libri, nei film proposti a scuola. Immagina che il tuo sentimento venga nominato solo come bersaglio di battute sguaiate nei corridoi, mentre chi dovrebbe intervenire abbassa lo sguardo. Questo non è solo imbarazzo: è esclusione strutturale.
Non parlare di differenti modi di vivere l’affettività e l’identità di genere non significa essere neutrali, significa scegliere da che parte stare. Il vuoto comunicativo diventa complicità con il pregiudizio. Perché se non se ne parla, allora è sbagliato. Perché se non se ne parla, allora è qualcosa di cui vergognarsi. Questo messaggio arriva forte e chiaro, anche senza parole.
Un problema culturale prima che scolastico
Non possiamo illuderci: la scuola non è una bolla separata dal mondo, ma uno specchio delle sue contraddizioni. L’Italia, nonostante i progressi, resta un Paese in cui parlare di omosessualità, bisessualità o transessualità con ragazzine e ragazzini è ancora percepito come “pericoloso” o “inappropriato”. Eppure, ciò che è davvero inappropriato è lasciare che le giovani generazioni crescano senza gli strumenti per nominare ciò che provano e per riconoscere la dignità delle differenze.
La mancanza di educazione è una falla culturale che produce dolore. Secondo i dati di varie ricerche internazionali, la scuola è uno dei contesti in cui le persone LGBTQIA+ sperimentano più frequentemente discriminazioni e isolamento. Non si tratta solo di bullismo: si tratta di una pedagogia dell’assenza che crea ferite invisibili e cicatrici profonde.
Le persone adulte: alleate o spettatrici silenziose?
Insegnanti, genitrici e genitori hanno una responsabilità enorme. Ogni parola che scegliamo di dire – o di non dire – educa. Ogni volta che non correggiamo un insulto, che evitiamo un confronto, stiamo mandando un messaggio. La neutralità non esiste quando si parla di diritti e di dignità. Il silenzio non è protezione: è diserzione.
Chi teme che un’educazione affettiva possa “confondere le idee” sbaglia prospettiva: la scuola non orienta, ma apre orizzonti. Dare linguaggi e conoscenze significa restituire libertà. Non farlo significa perpetuare un sistema che discrimina e che costringe chi non rientra nella norma a vivere nell’ombra.
Il coraggio di nominare le cose
Non si tratta di fare propaganda, ma di raccontare la realtà. Esistono famiglie omogenitoriali, esistono persone trans, esistono adolescenti che si innamorano di altre ragazze, di altri ragazzi, di entrambi o di nessuno. E non esistono perché “oggi va di moda”: esistono da sempre. La differenza è che oggi abbiamo la possibilità – e il dovere – di riconoscerle.
Portare questi temi a scuola significa ridurre il rischio di bullismo, prevenire depressione e autolesionismo, salvare vite. Significa insegnare rispetto, empatia, cittadinanza. E soprattutto significa non lasciare che qualcuna o qualcuno cresca pensando che c’è qualcosa di sbagliato in lei o in lui.


