Nel labirinto digitale che le nuove generazioni abitano con naturalezza, esistono angoli oscuri, invisibili agli occhi di molte adulte e di molti adulti. Uno di questi è la sextortion, forma sofisticata e devastante di ricatto online che colpisce giovanissime e giovanissimi attraverso il corpo, l’intimità e la vergogna. Non è un fenomeno marginale. Non è nemmeno “nuovo”. È solo che, culturalmente, ancora non abbiamo trovato il coraggio di nominarlo come si deve.

Che cos’è la sextortion
Il termine sextortion nasce dalla fusione di “sex” e “extortion” (estorsione). Si tratta di un ricatto sessuale che avviene principalmente online. La dinamica è subdola e letale: una persona manipola una ragazza o un ragazzo per ottenere immagini intime, spesso spacciandosi per un coetaneo, e una volta ottenute, inizia la minaccia – “se non mi mandi altro, lo dico a tutti”, “se non fai quello che ti chiedo, pubblico le foto”.
Non serve una grande rete criminale per innescare il meccanismo: bastano un cellulare, un’app di messaggistica e una società che ha normalizzato la colpa e il silenzio intorno alla sessualità, specialmente quella delle più giovani.
Perché ne parliamo troppo poco
In Italia, e in generale nei contesti culturali a impronta patriarcale, l’educazione affettiva e sessuale è ancora un campo di battaglia. Il corpo femminile – e più in generale ogni corpo non conforme alle regole eteronormative – continua a essere un campo di controllo, vergogna e sospetto. In questo terreno arido, la sextortion attecchisce con facilità.
Le vittime non parlano, non perché non vogliano, ma perché sanno. Sanno che rischiano di essere colpevolizzate, di perdere la fiducia delle figure di riferimento, di essere etichettate, derise, punite. Invece di ricevere protezione, ricevono domande: “Perché gli hai mandato quella foto?”, “Ma che ci facevi su quel sito?”, “Non potevi dirlo prima?”. È il cosiddetto victim blaming, ed è la radice culturale che rende fertile ogni forma di abuso.
Non si tratta “solo” di tecnologia
Chi crede che la sextortion sia solo una “deriva digitale” ignora un dato fondamentale: è figlia della stessa cultura che tollera la violenza di genere, che educa alla colpa, che stigmatizza la libertà corporea e affettiva delle persone giovani. È una forma moderna di violenza strutturale che si serve degli strumenti contemporanei per replicare dinamiche antiche: potere, dominio, silenzio.
Ecco perché parlare di sextortion significa parlare di patriarcato, di educazione affettiva negata, di sessualità repressa, di analfabetismo emotivo. Non è un caso se chi è vittima tende a sentirsi “sbagliata” prima ancora che in pericolo. È una trappola culturale che inizia molto prima dello smartphone.
Gli errori da non fare
Quando una figlia o un figlio rivela di essere vittima di sextortion, o se si sospetta qualcosa, la prima reazione può essere decisiva.
Non giudicare: frasi come “ma perché ti sei fidata?”, “ma non capisci che così ti metti nei guai?” non fanno che alimentare la vergogna. La ragazza o il ragazzo ha bisogno di sicurezza, non di colpevolizzazione.
Non minimizzare: “Non è successo niente di grave”, “vedrai che passerà” sono tentativi fallimentari di ridurre il dolore. Il danno emotivo può essere profondo, anche in assenza di una diffusione effettiva dei materiali.
Non sostituirti: è fondamentale ascoltare, accompagnare e orientare, ma non prendere in mano la situazione senza consenso. La persona adulta protettiva è quella che cammina accanto, non quello che trascina.
Cosa fare subito
Restare calme e calmi: anche se la notizia è scioccante, serve lucidità. Le figlie e i figli osservano tutto: se vedono panico, pensano di aver causato un disastro irreparabile.
Bloccare e segnalare: su ogni piattaforma è possibile segnalare l’utente abusante e salvare le conversazioni come prova. Mai cancellare le chat: sono materiale utile per eventuali denunce.
Contattare il Centro Nazionale per il Contrasto alla Pedopornografia Online (CNCPO) o la Polizia Postale. Anche i Centri Antiviolenza possono offrire supporto immediato.
Rivolgersi a persone esperte: è bene ricordare che una psicoterapeuta o uno psicoterapeuta specializzato in età evolutiva può fare la differenza nel percorso di elaborazione del trauma.
Il ruolo delle scuole e della comunità educante
Serve un patto collettivo. Le scuole devono affrontare la sessualità e la cultura del consenso come una priorità educativa. Non si può più far finta che il “digitale” sia un mondo a parte. Ogni aula, ogni cortile, ogni mensa scolastica è parte di una società che ha il dovere di preparare le nuove generazioni (e le vecchie) alla complessità emotiva e alla difesa della propria integrità.
Anche le biblioteche, i centri di aggregazione, le associazioni culturali possono essere luoghi in cui si fa prevenzione. Una narrazione sana del corpo, del desiderio, delle differenze relazionali sono l’unico vero antidoto a queste forme di violenza.
Un click. Una trappola. Una cultura che tace
La sextortion non è una questione tecnica. È il risultato di una cultura che ancora oggi non sa ascoltare, non sa parlare, non sa proteggere davvero. Quando diciamo “è solo una foto”, dimentichiamo che quella foto diventa una catena, perché è la vergogna che incatena. E la vergogna, nella nostra società, è una costruzione sociale tanto potente quanto invisibile. Per questo, il lavoro più grande è culturale: rompere il silenzio, restituire senso e dignità alle parole. Perché nessuna ragazza e nessun ragazzo deve mai sentirsi colpevole di ciò che ha subito.
Questo articolo non sostituisce il supporto di una o di un professionista della salute mentale, ma vuole offrire spunti di riflessione e sensibilizzazione su un tema di grande importanza sociale. Se sospetti che una bambina, un bambino o una persona adolescente siano vittime di sextortion, o se tu stessa o tu stesso stai vivendo una situazione di abuso, chiedi aiuto a professionisti, centri antiviolenza o servizi di supporto specializzati. Parlare è il primo passo per spezzare il silenzio e trovare una via d’uscita.


