LGBTQIA+

Cos’è la terapia riparativa e perché è un abuso psicologico

In un mondo che fatica ancora ad accettare la piena espressione dell’identità individuale, la cosiddetta “terapia riparativa” rappresenta una delle ferite più profonde inflitte alle persone LGBTQIA+, in particolare a chi si trova nel delicato periodo dell’infanzia e dell’adolescenza. È una pratica che si nasconde sotto abiti falsamente terapeutici, ma che in realtà ha un solo obiettivo: correggere, raddrizzare, reprimere. E come ogni forma di repressione, genera traumi, silenzi, colpe. E molto spesso, anche sintomi.

Una “cura” per qualcosa che non è malattia

La terapia riparativa nasce in ambienti religiosi e conservatori e si sviluppa come una tecnica psicologica (o spirituale) finalizzata a “modificare” l’orientamento sessuale (come se fosse possibile) di una persona non eterosessuale. Il presupposto è semplice e mostruoso: essere lesbica, gay, bisessuale o queer sarebbe una patologia, una deviazione, qualcosa da cui guarire. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha depennato l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali già nel 1990. Eppure, queste pseudo-terapie sopravvivono ancora oggi, in Italia e nel mondo, spesso mascherate da percorsi di “accompagnamento spirituale” o “recupero identitario”.

Il termine “riparativa” è già di per sé un’offesa: implica che ci sia qualcosa di rotto. Ma qui non è la persona LGBTQIA+ ad avere bisogno di riparazione. È la società che ha bisogno di essere guarita dal pregiudizio e dalla paura.

Abuso psicologico strutturato

Sottoporre una persona — specialmente una giovane — a una terapia riparativa non è un atto neutro. È un abuso psicologico travestito da aiuto. È un atto di controllo, una colonizzazione della mente. Le modalità sono molteplici: colloqui con “professionisti” che mettono in dubbio i sentimenti, l’attrazione, i desideri; interrogatori mascherati da confessioni; imposizione di immagini normative su cosa sia la “giusta” femminilità o il “vero” essere uomo; fino a forme di coercizione spirituale condotte da preti o guide religiose che invitano al pentimento, come se l’amore dovesse passare dal dolore per diventare legittimo.

Questo tipo di trattamento colpisce l’identità nella sua fase più vulnerabile. Il risultato è devastante: perdita di autostima, senso di colpa, dissociazione, depressione, autolesionismo, enuresi, ansia, attacchi di panico. A volte, si arriva persino al suicidio. E a quel punto, le famiglie e le istituzioni si domandano “perché”. Ma non hanno il coraggio di guardare la violenza che hanno contribuito a perpetuare.

Una violenza che si consuma nel silenzio delle case

Nel nostro Paese, la terapia riparativa non è formalmente riconosciuta — eppure esiste. Vive nelle parrocchie, nei centri di formazione religiosa, nei consultori di ispirazione cattolica, nelle famiglie dove si confonde la fede con il controllo. Vive nelle frasi “è solo una fase”, “ti serve una guida”, “sei confusa (o confuso), ma puoi guarire”. Vive nel dolore sommerso di chi, da piccola o da piccolo, è stato portato a parlare con un prete che faceva domande inappropriate, insinuanti, colpevolizzanti. Vive nell’invisibilità del trauma.

Questa è violenza strutturale. Non colpisce con le mani, ma con le parole. E il corpo ne paga le conseguenze. Perché un trauma che non ha voce, trova sempre un modo per parlare: nella pelle, nel sonno, nei sintomi psicosomatici, nel silenzio dell’anima.

Il fallimento educativo delle persone adulte

Il problema non è solo la terapia riparativa in sé, ma il contesto che la rende possibile. Quando genitrici e genitori decidono che l’orientamento affettivo della propria figlia o del proprio figlio è un errore da correggere, stanno tradendo il patto più sacro che esiste: quello dell’accoglienza incondizionata. Stanno scegliendo il controllo sull’ascolto, la paura sull’amore, la norma sulla verità.

E lo stesso vale per insegnanti, educatrici, educatori. Non basta “non discriminare”: è necessario attivarsi, formarsi, prendere posizione. Le scuole sono i luoghi dove molti giovani LGBTQIA+ vivono la prima marginalizzazione e violenza. Ma possono diventare anche i luoghi della prima protezione. Basterebbe informarsi e formarsi. Basterebbe aprire gli occhi.

Le radici culturali della “riparazione”

La terapia riparativa non è solo un errore clinico. È il prodotto finale di una cultura omotransfobica che ha paura di perdere il controllo. Dietro la volontà di “aggiustare” c’è la nostalgia di un ordine sociale binario, in cui il maschio domina, la femmina obbedisce e tutto ciò che eccede è minaccia. Ma l’identità non è minaccia. È potenza.

Rifiutare una figlia lesbica, un figlio gay, una persona queer o non binaria significa rifiutare la vita nella sua autenticità. Significa dire “ti amo, ma solo se diventi qualcun altro”. E questo non è amore. È dominio.

E se la chiamassimo col suo vero nome?

La terapia riparativa non è una terapia. È un sistema di controllo. Non è aiuto, è tortura simbolica. Non è cura, è repressione. Non è amore, è condizionamento. Non ha nulla a che fare con il benessere psichico. Ha a che fare con il potere. E il potere, quando si traveste da redenzione, è ancora più pericoloso.