C’è una forma di violenza che si insinua senza rumore, tra i primi batticuori, nei messaggi notturni, nei “dove sei?” e nei “non uscire con loro”. È l’abuso emotivo in adolescenza. Una violenza senza lividi, ma non per questo meno devastante.
Per chi accompagna la crescita — che sia madre, padre, insegnante, zia, zio o educatrice — è fondamentale sapere che il primo teatro della violenza non è sempre la famiglia o la strada. Spesso è “l’amore”. O meglio, ciò che viene spacciato per tale. E proprio per questo è così difficile da vedere, nominare, affrontare.
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Quando le relazioni educano alla dipendenza
La cultura che abbiamo ereditato ha un problema con la relazione. Lo narra come sacrificio, gelosia, controllo. Le canzoni che ascoltano le nostre figlie e i nostri figli, le serie che guardano, i racconti che leggono spesso rinforzano l’idea che se qualcuno ti ama, deve saperti in ogni istante, deve volerti tutta per sé, deve “soffrire” per te. E se ti isola, lo fa per proteggerti.
Questo è il terreno culturale che, se non disinnescato, prepara il campo a relazioni tossiche. Relazioni che iniziano in modo apparentemente innocuo e che invece mostrano già i primi segnali di abuso: controllo, senso di colpa, manipolazione affettiva.
Esempi?
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“Se mi ami davvero, non dovresti avere bisogno di parlare con loro.”
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“Non voglio che ti vesti così, lo dico per te.”
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“Senza di te io non sono niente, se mi lasci potrei farmi del male.”
Espressioni come queste non sono romantiche. Sono campanelli d’allarme. E vanno riconosciuti per tempo.
Non sono solo “cose da ragazzi”
Molte madri e molti padri, in buona fede, minimizzano: “È normale litigare”, “è l’età”, “ci siamo passati tutti”. E invece no, non ci siamo passati tutti. Ci siamo passate, e passati, forse, da qualcosa che abbiamo imparato a normalizzare. Ma la normalità non è un criterio di giustizia.
Quando una ragazza o un ragazzo inizia a cambiare comportamento, a isolarsi, a mostrarsi più insicura, più ansioso, più fragile, c’è sempre una domanda da porsi: “Che tipo di relazione sta vivendo?”.
Non si tratta di invadere la privacy, ma di restare vigili. Di aprire spazi di ascolto senza giudizio, senza minimizzare, senza etichettare. Perché il dolore relazionale, in adolescenza, può avere un impatto formativo enorme. Può insegnare, in modo indelebile, che amare significa annullarsi, che per essere amata o amato bisogna accettare la violenza.
Patriarcato affettivo e adolescenza
Abbiamo ancora modelli relazionali patriarcali anche nei gesti più quotidiani: il controllo travestito da protezione, la gelosia confusa con il desiderio. Le ragazze, fin da piccole, ricevono il messaggio di doversi far amare; i ragazzi, quello di dover conquistare, anche con la forza. E quando la relazione diventa un gioco di potere, la violenza entra in scena.
Spesso non è fisica. Ma è continua. Invisibile. Drenante. E lascia segni profondi.
È nostro compito, come persone adulte, decostruire questi messaggi. Non basta parlare di educazione sessuale: serve educazione emotiva, affettiva e culturale. Serve offrire altri linguaggi, altre parole, altre immagini dell’amore.
Che cosa possiamo fare, davvero?
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Ascoltare senza interrompere. Quando una figlia, un figlio, si apre, il nostro ruolo non è risolvere, ma accogliere. Senza “te l’avevo detto”, senza “passerà”.
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Chiedere con delicatezza. “Come ti fa sentire quando succede?”, “Hai mai pensato che possa non essere giusto?”, “Ti senti libera/libero di essere te stessa/stesso?”
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Dare strumenti, non solo consigli. Aiutiamo a nominare le emozioni. A distinguere la cura dal controllo. Il bisogno dal desiderio. Il rispetto dalla dipendenza.
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Mostrare altri modelli. I racconti contano. I film, i libri, le storie che proponiamo parlano di ciò che riteniamo giusto. E insegnano.
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Riconoscere il nostro ruolo. Se siamo cresciute e cresciuti con modelli distorti, è nostro dovere non ripeterli. Anche nel modo in cui parliamo delle relazioni davanti a loro.
L’abuso non è solo una questione privata
Parlare di abuso emotivo nei legami adolescenziali significa parlare di cultura, di linguaggio, di ciò che tramandiamo ogni giorno, spesso senza rendercene conto. Significa scegliere se restare complici del silenzio o alleate e alleati del cambiamento.
Perché ogni volta che diciamo “sono solo ragazzi”, in realtà stiamo continuando a normalizzare la violenza. E questo non è mai giusto.
Questo articolo non sostituisce il supporto di una o di un professionista della salute mentale ma vuole offrire spunti di riflessione e sensibilizzazione su un tema di grande importanza sociale. Se sospetti che tua figlia o tuo figlio siano vittime di abuso o se tu stessa o tu stesso stai vivendo una situazione di abuso, chiedi aiuto a professionisti, centri antiviolenza o servizi di supporto specializzati. Parlare è il primo passo per spezzare il silenzio e trovare una via d’uscita.


