“Chi fa l’uomo?” è una domanda che ancora oggi, nel 2025, viene rivolta a molte coppie lesbiche. Un quesito apparentemente ingenuo, ma che nasconde un universo di stereotipi, discriminazioni sottili e una cultura ancora troppo ancorata al binarismo di genere e all’eteronormatività.
Perché questa domanda esiste? E soprattutto: cosa dice di noi, della nostra educazione e di ciò che insegniamo a bambine, bambini, adolescenti e persone giovani?

Eteronormatività: l’idea che “ci debba essere un uomo e una donna”
Viviamo in una società che, fin dalla nascita, assegna ruoli di genere come se fossero naturali e immutabili. Il concetto di eteronormatività descrive proprio questo: la presunzione che l’eterosessualità sia la norma, l’unico modello relazionale legittimo, mentre tutto il resto viene visto come “alternativo”, “inusuale” o addirittura “sbagliato”.
Questa visione penetra in ogni ambito: dai libri scolastici, che raramente mostrano famiglie con due madri o due padri, fino alle domande più intime, che suonano come curiosità innocue ma in realtà perpetuano stereotipi antichi.
Quando chiediamo “Chi fa l’uomo?” stiamo dicendo che il maschile è indispensabile per definire un rapporto, che senza quel ruolo una relazione non è completa. È un pensiero che riduce le persone alla presunta funzione (o meglio, allo stereotipo) che svolgono, non a chi sono.
Il problema dei ruoli di genere (e di chi li impone)
La domanda sottende un assunto pericoloso: che in una coppia esistano ruoli fissi da rispettare, come se l’amore fosse una rappresentazione teatrale e non una relazione viva, autentica, fluida.
Nelle coppie eterosessuali, questi ruoli sono stati storicamente caricati di potere e disuguaglianze: il maschio dominante, la femmina accudente. Ruoli che hanno prodotto secoli di violenze, discriminazioni e oppressioni. Pensare che anche le coppie omosessuali debbano “assegnarsi” quelle parti significa replicare un modello già dannoso, anziché superarlo.
Chi cresce in ambienti educativi dove il maschile è associato alla forza, all’autorità, alla decisione e il femminile alla cura e alla dolcezza interiorizza questo schema. Quando poi incontra una coppia di due donne o di due uomini, la mente cerca disperatamente di collocarle in quella griglia: “Chi è quella forte? Chi è quella dolce?”.
Ma l’amore non è matematica, e le persone non sono funzioni.
L’impatto sull’infanzia e sull’adolescenza
Perché dovremmo preoccuparci di queste domande apparentemente “innocenti”? Perché l’eco arriva fino alle aule scolastiche e ai salotti domestici, influenzando le nuove generazioni.
Quando una bambina vede che la sua maestra parla di famiglie “normali” solo al maschile e femminile, oppure quando un adolescente sente che due uomini che si amano sono “strani”, il messaggio è chiaro: c’è un modo giusto e un modo sbagliato di amare. Questo crea isolamento, paura, vergogna.
Educare al rispetto delle differenze non è un optional progressista: è una questione di salute psicologica e sociale. Significa permettere a chiunque di crescere libera e libero da etichette che non ha scelto.
Smontare la domanda: la risposta è nella libertà
Quando chiediamo “Chi fa l’uomo?” stiamo rivelando molto di più su di noi che sulle persone a cui rivolgiamo la domanda.
Stiamo dicendo che non concepiamo una relazione senza gerarchie, senza potere, senza ruoli prestabiliti. Eppure, le relazioni più sane e paritarie sono quelle in cui i compiti, le responsabilità, le emozioni non hanno genere, ma vengono distribuiti in base alle persone, ai desideri, alle capacità.
La verità è che non c’è bisogno di “chi fa l’uomo” o “chi fa la donna”. Ci sono due persone – due donne, due uomini, due esseri umani – che costruiscono un legame fatto di amore, rispetto, condivisione. Tutto il resto è rumore culturale.
Chi pensa che in una coppia ci debba essere per forza un uomo, forse il problema non è il loro amore, ma la sua idea di amore.


