La scuola, in Italia, è ancora lo specchio opaco di una società che fatica a guardarsi in faccia. Nonostante i progressi normativi, l’educazione affettiva e sessuale resta un tema spinoso, relegato ai margini, se non completamente estraneo dal panorama educativo. “A scuola si va per studiare, non per parlare di certe cose”: quante volte l’abbiamo sentito dire? E ogni volta, un colpo secco inferto alla crescita consapevole di chi la scuola la vive.

La scuola come luogo di sapere o di censura?
Se l’istituzione scolastica ha il compito di preparare le future generazioni alla vita – e di dare anche un esempio differente da quello che bambine, bambini e adolescenti trovano in casa – com’è possibile che ancora oggi si pensi che parlare di emozioni, relazioni, corpi, desideri e identità sia superfluo o persino dannoso? Perché viene considerato sconveniente affrontare tematiche legate all’identità di genere, all’orientamento sessuale, al consenso, all’autodeterminazione?
La risposta è una sola: il tabù. E come tutti i tabù, opera in silenzio, ma con forza devastante. Non si tratta solo di omissioni nei programmi scolastici, ma di un sistema educativo che legittima l’ignoranza su tutto ciò che riguarda l’intimità e la soggettività.
Il danno silenzioso del non detto
Le conseguenze di questa omissione sistemica sono profonde. Chi cresce oggi senza parole per nominare ciò che sente, ciò che è o ciò che vive, rischia di pensare che quelle esperienze siano sbagliate. Senza un’educazione affettiva e sessuale strutturata e autorevole, ciò che rimane è il vuoto. E nel vuoto attecchiscono la vergogna, il senso di colpa, la solitudine.
Quante giovani persone hanno imparato prima a disprezzarsi che ad accogliersi? Quante sono costrette a vivere una doppia vita per sopravvivere all’eteronormatività imposta? Quante hanno subito abusi senza sapere nemmeno come nominarli o a chi raccontarli? Chi cresce in un ambiente che nega il linguaggio del corpo e dell’anima è più esposta a subire violenza, a interiorizzare discriminazioni, a perdere la connessione con la propria autenticità.
Parlare di sessualità è educare alla libertà
Parlare di sesso non è mai parlare solo di sesso. È parlare di identità, rispetto, confini, desiderio, piacere, diritti, di consenso. È offrire strumenti per riconoscersi, per rispettare se stesse e se stessi e le altre persone, per imparare a dire sì ma soprattutto a dire no. È educare alla libertà e all’empatia.
L’educazione affettiva e sessuale non ha nulla a che vedere con la “corruzione” dell’infanzia, come ancora purtroppo sostengono certe correnti ideologiche. Al contrario, è l’unico vero antidoto alla violenza, alla manipolazione, alla pornografia come unica fonte di informazione, alla vergogna come destino.
L’omotransfobia istituzionalizzata
L’assenza di contenuti educativi in questo senso nei programmi scolastici è una forma di discriminazione sistemica. Invisibilizzare le soggettività LGBTQIA+ significa dire, senza dirlo: “Non esistete”, “Non siete normali”, “Siete un problema”. Questa omissione genera isolamento e sofferenza. Significa costringere molte persone a scoprire se stesse senza alcun riferimento positivo, senza figure adulte capaci di accogliere senza giudicare.
Ma la questione non riguarda solo chi si riconosce in questa comunità. Riguarda tutte le persone. Educare al rispetto delle differenze rende ogni contesto più sicuro, più sano, più umano. Eppure, ancora oggi, molte scuole temono ritorsioni da parte dei genitori, pressioni politiche, accuse infondate di “indottrinamento”. Intanto, chi ha bisogno di ascolto continua a non trovarlo.
Chi ha paura della conoscenza?
Le resistenze all’educazione sessuale e affettiva sono resistenze al cambiamento culturale. Parlare di corpi, di identità fluide, di orientamenti differenti, spaventa perché scardina l’ordine patriarcale che ha costruito la società su gerarchie e silenzi. L’ignoranza è funzionale al controllo. Il sapere, invece, libera. È per questo che spaventa.
L’Italia, su questo fronte, è in forte ritardo rispetto ad altri Paesi europei. Dove l’educazione sessuale è prevista fin dalle scuole primarie in modo obbligatorio, si registrano minori casi di violenza di genere, maggiore benessere psicologico tra le giovani generazioni, minori discriminazioni. Dati che parlano chiaro, ma che non fanno breccia in un sistema che ancora confonde la tutela con il moralismo.
Le parole sono ponti, non minacce
Abbiamo urgente bisogno di insegnanti formate e formati, di programmi coraggiosi, di alleanze tra scuola e famiglia, tra istituzioni e società civile. Ma soprattutto, abbiamo bisogno di parole. Parole semplici, vere, accessibili. Parole che nominino le emozioni, i desideri, i limiti, le ferite. Perché solo quando si può parlare di qualcosa, la si può anche affrontare.
Non servono “educatori perfetti”, ma persone adulte consapevoli, presenti, disposti ad ascoltare anche ciò che non capiscono subito. Serve umiltà. Serve dismettere la paura del confronto. Serve riconoscere che chi cresce ha bisogno di sapere per potersi scegliere, per proteggersi, per relazionarsi in modo sano.
Finché il silenzio sarà l’unico linguaggio consentito, la violenza continuerà a parlare al posto nostro.


