Ci sono parole che restano incollate in gola. Che anche solo a pensarle, si sente il corpo irrigidirsi. Malattia. Morte. Violenza domestica. Depressione. Omosessualità. E poi: mestruazioni. Lutto. Terapia. Ogni volta che le pronunciamo ad alta voce, infrangiamo un ordine invisibile: quello dei tabù.

Il termine “tabù” ha origini lontane. Deriva dalla parola polinesiana tapu, che significa “proibito” o “sacro”. I primi antropologi europei, tra cui James Frazer, lo identificarono come un concetto culturale universale: qualcosa che non si può toccare, dire, o fare, pena l’esclusione, il disonore, la punizione divina o sociale. Ma mentre per alcune culture antiche il tabù proteggeva il sacro e l’incontaminabile, nelle società contemporanee sembra spesso avere una funzione opposta: proteggere chi detiene il potere e silenziare chi ne subisce gli abusi.
Oggi non ci sono più totem da rispettare o divinità tribali da placare. Eppure, chi è cresciuta o cresciuto in una famiglia patriarcale, religiosa, rigida, sa bene che ci sono argomenti “che non si devono dire”. O che, se proprio li vuoi dire, devi sussurrarli. Con vergogna. Con senso di colpa.
Parlare dell’orientamento sessuale di un figlio? Troppo. Del corpo che cambia, del sangue che arriva ogni mese a una ragazza? Troppo. Dell’ansia, degli attacchi di panico, del peso del trauma infantile che non ti lascia dormire la notte? Troppo. Perché parlarne destabilizza, rompe la facciata, mostra il lato vulnerabile di una famiglia, di una comunità, di una cultura intera.
Eppure, proprio in quelle parole c’è la salvezza
Chi ha vissuto in ambienti dove regna il tabù sa che il silenzio può diventare una forma di prigione. Una delle più feroci. Si impara da piccolissime e piccolissimi a non nominare ciò che fa male. A non raccontare ciò che si è visto. A non chiedere spiegazioni su ciò che si prova. Il dolore diventa privato. L’ingiustizia, normalizzata. Il trauma, interiorizzato.
Ma cosa succede quando un tabù viene rotto?
Chi infrange un tabù culturale spesso paga un prezzo altissimo. Viene emarginata o emarginato. Considerata o considerato “problematico”, “scomoda”, “ribelle”, “drammatica”. In una famiglia, può essere isolata. In una scuola, bullizzata. Nella società, ignorata. I tabù, dopotutto, non sono altro che dispositivi di controllo: proteggono lo status quo, servono a non mettere in discussione ciò che è sempre stato così. Il patriarcato. L’eteronormatività. La violenza domestica che si finge educazione. L’infantilizzazione dei corpi e delle emozioni di bambine e bambini. Tutto questo vive e si perpetua grazie al silenzio. E il silenzio si alimenta di paura.
Chi educa, chi cresce figlie e figli, ha una responsabilità enorme. Non solo quella di proteggerli dai pericoli esterni, ma anche di liberarli dalle gabbie invisibili dei tabù, spesso familiari. Questo significa trovare il coraggio di parlare apertamente di ciò che fa paura. Di ciò che è stato nascosto per generazioni. E, soprattutto, di ciò che si è vissuto sulla propria pelle.
Crescere in una famiglia dove c’era violenza e nessuno la nominava. Dove l’amore aveva le sembianze del controllo. Dove la propria identità veniva “curata” con un prete invece che accolta con rispetto. Dove il corpo veniva colpevolizzato per un sintomo come l’enuresi, senza chiedersi da dove venisse quel disagio. Queste esperienze non sono solo ferite personali. Sono anche il riflesso di un sistema che ha deciso cosa è dicibile e cosa no. Chi può parlare e chi deve tacere.
Parlare dei tabù, oggi, è un atto rivoluzionario. Soprattutto per chi educa. Per chi ha il compito – e il potere – di cambiare la narrazione per le nuove generazioni.
Una nuova prospettiva
Non significa sapere sempre cosa dire. Significa creare uno spazio dove ogni parola è benvenuta. Dove bambine e bambini possono raccontarsi senza sentirsi “sbagliati”. Dove adolescenti possono nominare le proprie emozioni senza temere la punizione. Dove genitrici e genitori possono riconoscere i propri limiti e aprirsi a un ascolto nuovo. Un ascolto che non giudica. Che non corregge. Che non etichetta.
I tabù, dopotutto, sono fragili. Vivono solo finché nessuno li nomina. Ma basta una voce — una sola — che dica: “è successo anche a me”, “non sei sola o solo”, “parliamone”, perché la diga si spezzi. E allora quella parola che faceva paura diventa un ponte. Tra una madre e sua figlia. Tra due persone.
Ed è lì, in quello spazio di verità e imperfezione, che nasce una nuova forma di educazione. Un’educazione affettiva ed emotiva. Un’educazione che parte dal corpo, dalla mente e dalla storia di ciascuna e ciascuno. Un’educazione che ha il coraggio di guardare in faccia il dolore, per trasformarlo.
Non sarà facile. Ma sarà necessario.


