Ci sono persone che trascorrono l’infanzia e l’adolescenza sentendosi “sbagliate” senza che nessuna o nessuno dia un nome alla loro fatica. Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) non è solo un termine clinico: è una realtà che attraversa scuole, famiglie, relazioni sociali. Eppure, per decenni, è rimasto un fenomeno sommerso, soprattutto quando a viverlo sono state generazioni cresciute in contesti in cui la diagnosi era un miraggio.
Il risultato? Adulte e adulti che si scoprono tardi con una spiegazione tardiva per tutto quel senso di inadeguatezza accumulato nel tempo. E un interrogativo che brucia: quanto ci costa, come società, il silenzio intorno all’ADHD?

L’ADHD non è un “capriccio”: un bias culturale che resiste
Per anni si è raccontata una narrazione parziale, quando non del tutto distorta, dell’ADHD. Lo stereotipo è ancora radicato: un disturbo “maschile”, associato a iperattività evidente, a bambini ingestibili che “non stanno mai fermi”. Una visione che lascia ai margini chi manifesta sintomi meno rumorosi: difficoltà di concentrazione, distrazione costante, fatica a organizzarsi.
Il problema non è solo clinico, è culturale. Una scuola e una società che privilegiano la linearità e il controllo fanno fatica ad accogliere chi ragiona per salti, chi ha una mente che corre più veloce delle regole imposte dal contesto. Il silenzio non è innocuo (lo so, lo dico sempre): crea stigma, vergogna, isolamento.
L’impatto invisibile: oltre i voti e la “svogliatezza”
Quante bambine e quanti bambini, giudicati “pigri” o “disordinati”, si sono portati addosso etichette che non appartenevano loro? La diagnosi mancata non toglie solo opportunità scolastiche: mina l’autostima, intacca la percezione di sé.
Il sistema educativo, ancora centrato sull’omologazione, non offre spazi di flessibilità. Così, chi vive con ADHD senza saperlo cresce interiorizzando il fallimento come identità. In adolescenza, questo peso diventa benzina per ansia, depressione, comportamenti a rischio. E non è raro che l’etichetta di “problematica” o “ribelle” diventi l’unica narrativa possibile.
Un tabù che attraversa le generazioni
Perché per tanto tempo non si è parlato di ADHD? In parte per ignoranza clinica, in parte per resistenze culturali. In molte famiglie parlare di neurodivergenza è ancora percepito come una “macchia”, una diagnosi che suona come condanna. Eppure, non dare un nome a una neurodivergenza significa amplificarla.
Il non detto costruisce muri, non ponti. Quante madri e quanti padri hanno interpretato la fatica delle proprie figlie e dei propri figli come mancanza di volontà, invece che come bisogno di strategie diverse? Questo approccio ha generato ferite profonde, spesso trasmesse per inerzia culturale: “Nella vita si deve solo impegnarsi di più”. Ma l’impegno, quando manca la consapevolezza, non basta.
L’adulta o l’adulto che scopre tardi
C’è una categoria silenziosa che oggi sta trovando voce: chi arriva alla diagnosi in età adulta. Spesso accade per caso, durante un percorso di terapia iniziato per tutt’altro. La scoperta porta sollievo, ma anche rabbia. Rabbia per le opportunità perdute, per le battaglie combattute a mani nude contro un nemico sconosciuto.
Queste storie ci interrogano: quanto avremmo potuto cambiare se la scuola e le famiglie fossero state luoghi di ascolto, non di giudizio?
ADHD e società: cambiare paradigma
Non basta informare: serve cambiare il modo in cui pensiamo. Una società che misura il valore solo attraverso la performance scolastica o la produttività adulta lascia indietro chiunque non segua la traiettoria standard.
Crescere con ADHD senza saperlo non è solo un fatto individuale: è una perdita collettiva. Ogni talento che si spegne per mancanza di riconoscimento è un impoverimento culturale. E la domanda è urgente: quanto ancora possiamo permetterci questo silenzio?
Perché il silenzio costa più di qualsiasi diagnosi
Non stiamo parlando di statistiche astratte: stiamo parlando di vite che avrebbero potuto fiorire prima, di percorsi scolastici meno dolorosi, di persone adulte che oggi non dovrebbero ancora fare i conti con il senso di fallimento introiettato.
Non c’è colpa, ma c’è responsabilità. Nella scuola, nelle famiglie, nelle istituzioni. E la responsabilità comincia da una cultura che nomina, che riconosce, che sostiene. Perché crescere senza sapere non è libertà: è una gabbia invisibile.
E la verità è questa: il silenzio sull’ADHD non è mai neutro. È un prezzo che qualcuno, prima o poi, paga. Sempre.
Questo editoriale vuole fare cultura psicologica. Se riconosci difficoltà simili in te stessa o in te stesso o in chi ami, ricorda: non sei sola o solo e non è una battaglia da affrontare in solitudine. Rivolgiti a professioniste e professionisti della salute mentale: il primo passo è dare un nome alle cose.


