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Deadnaming e misgendering: quando il nome diventa uno strumento di potere

Un nome può essere anagraficamente corretto e umanamente sbagliato.

Può comparire sui documenti, nei registri, negli archivi di famiglia. Può essere stato scelto con amore, pronunciato per anni e legato a fotografie, ricordi e aspettative. Ma questo non attribuisce alle altre persone il diritto di continuare a usarlo quando chi lo porta non vi si riconosce più.

Il deadnaming consiste nell’utilizzare il nome precedente di una persona transgender o non binaria che non lo usa più. Può avvenire per errore, disattenzione o scelta deliberata. La ripetizione dopo che il nome corretto è stato comunicato, però, trasforma progressivamente la svista in mancato riconoscimento.

Il misgendering consiste invece nel riferirsi a una persona attraverso pronomi, appellativi o altre espressioni che non corrispondono alla sua identità di genere.

A volte è un errore. Altre volte è una scelta.

Ed è proprio questa differenza che molte persone adulte fingono di non vedere.

“Per me sarai sempre…”

“È il nome che ti abbiamo dato.”

“Non posso cambiare abitudine da un giorno all’altro.”

“Sui documenti c’è ancora scritto così.”

“Non puoi pretendere che assecondiamo tutto.”

Il conflitto sembra linguistico, ma raramente riguarda soltanto una parola. Riguarda chi abbia il potere di definire una persona: la persona stessa oppure la famiglia, la scuola e la società che l’hanno conosciuta in un altro modo.

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Identità di genere e orientamento sessuale non sono la stessa cosa

Prima di proseguire è necessaria una distinzione.

L’identità di genere riguarda il modo in cui una persona riconosce e vive il proprio genere. L’orientamento sessuale riguarda invece verso chi può provare attrazione affettiva o sessuale.

Una persona transgender non si riconosce nel genere che le è stato attribuito alla nascita. Una persona non binaria non si riconosce esclusivamente nelle categorie di uomo o donna.

Non tutte le persone transgender o non binarie cambiano nome, utilizzano gli stessi pronomi o compiono un percorso medico. Non esiste un solo modo di vivere la propria identità e non è possibile dedurre automaticamente nome e pronomi dall’aspetto di una persona.

Queste informazioni devono essere comunicate dalla persona interessata, non ricavate attraverso supposizioni.

Deadnaming e misgendering: che cosa significano concretamente

Il termine inglese deadname viene utilizzato per indicare il nome precedente che una persona transgender o non binaria ha deciso di non usare più. Non tutte le persone interessate amano questa espressione e non tutte vivono nello stesso modo il rapporto con il proprio nome anagrafico o passato.

È importante ricordarlo, perché anche il linguaggio nato per riconoscere le differenze può diventare rigido quando pretende di descrivere tutte le esperienze nello stesso modo.

Il misgendering può manifestarsi attraverso:

  • l’impiego di pronomi non corrispondenti all’identità della persona;
  • l’utilizzo scorretto di appellativi come «signora», «signore», «ragazza» o «ragazzo»;
  • l’insistenza nel presentare una persona attraverso il genere attribuito alla nascita;
  • battute o correzioni pubbliche sulla sua identità;
  • la divulgazione del nome precedente a persone che non lo conoscevano.

Deadnaming e misgendering non sono esattamente la stessa cosa, ma possono svolgere la medesima funzione: riportare una persona dentro una definizione dalla quale ha preso le distanze.

Sbagliare non equivale a rifiutare

Chi ha utilizzato un nome e determinati pronomi per molti anni può commettere un errore. Le abitudini linguistiche non cambiano istantaneamente e una svista non dimostra automaticamente ostilità o transfobia.

Ma l’errore occasionale non deve diventare il grande alibi con cui giustificare qualsiasi comportamento.

La scena si rovescia. La persona ferita deve consolare chi l’ha ferita, rassicurarla, dimostrarle pazienza e accettare che il proprio nome venga trattato come una richiesta eccessiva.

Correggersi non richiede una lunga dichiarazione. Basta fermarsi, utilizzare il termine corretto e proseguire.

Le scuse interminabili possono diventare un altro modo per chiedere alla persona transgender o non binaria di occuparsi delle emozioni altrui.

“È il nome che ti abbiamo dato”: quando l’affetto rivendica proprietà

Attribuire un nome a una figlia o a un figlio è un gesto carico di significato. Le persone adulte possono averlo scelto pensando a un legame familiare, a una persona amata o al futuro immaginato durante la gravidanza.

Per questo l’adozione di un altro nome può essere vissuta da alcune madri e alcuni padri come un rifiuto personale.

“Quel nome l’avevamo scelto con amore”.

Può essere vero. Ma l’amore con cui è stato compiuto un gesto non rende quel gesto irrevocabile.

Il nome ricevuto alla nascita può contenere la storia e le aspettative di una famiglia. Nessuna famiglia, però, può pretendere che una persona continui ad abitare un nome nel quale non si riconosce soltanto per proteggere il proprio racconto.

Una figlia o un figlio non ha il compito di mantenere intatta l’immagine che le persone adulte avevano costruito prima ancora che potesse parlare.

Questa resistenza non riguarda soltanto il nome. Riguarda la perdita di un’autorità: fino a ieri ti abbiamo definita o definito noi; oggi ci stai dicendo che la definizione appartiene a te.

È qui che il linguaggio diventa potere.

Il vecchio nome può proteggere un tabù

In alcune famiglie, il nuovo nome non viene soltanto rifiutato: diventa impronunciabile.

Non viene usato davanti alle persone anziane, non viene comunicato alla scuola, non compare nelle conversazioni con parenti e conoscenze. Si chiede alla persona interessata di aspettare, di non esporsi, di non «creare problemi». Il silenzio viene presentato come prudenza, ma spesso serve a proteggere la famiglia dal disagio e dal giudizio sociale.

Il vecchio nome mantiene così in vita una versione considerata più accettabile della realtà. Permette di continuare a raccontare quella figlia o quel figlio senza nominare la sua identità transgender o non binaria.

È questo il funzionamento del tabù: non cancella ciò che esiste, ma impedisce di attribuirgli parole e riconoscimento pubblico.

La persona non viene necessariamente allontanata. Può continuare a partecipare alla vita familiare, purché lasci fuori la parte di sé che incrina il racconto comune. Il prezzo dell’appartenenza diventa il silenzio.

Il deadnaming può allora trasformarsi in una forma di censura familiare: non serve soltanto a chiamare una persona come prima, ma a impedire che il cambiamento diventi dicibile e quindi reale.

“Per me sarai sempre…” non è sempre una dichiarazione d’amore

La frase “per me sarai sempre il mio bambino” può sembrare affettuosa. Ma se viene rivolta a una ragazza transgender che ha comunicato chiaramente il proprio nome e la propria identità, l’affetto non cancella il messaggio sottostante:

riconosco la versione di te che conosco io, non quella che mi stai mostrando.

A volte questa frase esprime disorientamento. Altre volte diventa una forma “elegante” di negazione.

Non occorrono insulti espliciti per comunicare a una persona che la sua parola vale meno delle convinzioni familiari. Può bastare continuare a usare il nome precedente davanti ai parenti, presentarla attraverso il genere sbagliato o correggere chi rispetta il nome che utilizza.

Il rifiuto può essere travestito da preoccupazione:

“Non voglio alimentare una confusione”.

“Aspettiamo che sia davvero sicura”.

“Non voglio che si penta”.

Ma utilizzare il nome indicato da una persona non significa formulare una diagnosi, prevederne il futuro o decidere al suo posto eventuali percorsi medici. Significa riconoscere come chiede di essere chiamata nel presente.

Il rispetto non richiede una promessa sull’identità futura. Richiede ascolto adesso.

Che cosa sappiamo sul nome utilizzato e sul benessere

Uno studio pubblicato nel 2018 sul Journal of Adolescent Health ha esaminato 129 persone transgender e non conformi alle aspettative di genere, tra i 15 e i 21 anni, residenti in tre città statunitensi.

Le persone che potevano utilizzare il proprio nome in un numero maggiore di contesti – casa, scuola, lavoro e relazioni amicali – riferivano meno sintomi depressivi e una minore ideazione e condotta suicidaria. Russell et al., Chosen Name Use Is Linked to Reduced Depressive Symptoms, Suicidal Ideation, and Suicidal Behavior Among Transgender Youth.

Il dato deve essere letto correttamente. Lo studio rileva un’associazione e non dimostra che il solo utilizzo del nome determini automaticamente quegli esiti. Il campione era inoltre circoscritto e statunitense. Il nome utilizzato può essere anche un indicatore di un ambiente complessivamente più accogliente.

Questi limiti non rendono irrilevante il risultato. Mostrano che il riconoscimento linguistico si inserisce dentro una rete più ampia di sostegno o rifiuto, legata al benessere delle persone giovani coinvolte.

Anche gli studi sul misgendering invitano a non liquidarlo come una questione puramente formale. Una ricerca di Kevin McLemore ha rilevato un’associazione tra esperienze di misgendering, emozioni negative e una minore percezione di autenticità. McLemore, Experiences with Misgendering: Identity Misclassification of Transgender Spectrum Individuals.

Una ricerca successiva ha analizzato le risposte di 1.091 persone non binarie residenti in Canada. Il 59% riferiva di subire misgendering quotidianamente e il 58% dichiarava di esserne molto o abbastanza turbato. Le persone che lo sperimentavano meno frequentemente riportavano punteggi inferiori in una misura dell’ansia, ma le autrici e gli autori sottolineano la necessità di studi capaci di approfondire meglio i rapporti causali. Jacobsen et al., Misgendering and the health and wellbeing of nonbinary people in Canada.

Le ricerche disponibili non dicono che tutte le persone reagiscano allo stesso modo. Mostrano però che il nome e il genere con cui veniamo riconosciute e riconosciuti non sono elementi irrilevanti della vita sociale.

La scuola può riconoscere o esporre

A scuola un nome viene pronunciato continuamente: durante l’appello, nelle interrogazioni, sui compiti, negli account digitali, nelle comunicazioni e nei rapporti con la classe.

Utilizzare pubblicamente il nome anagrafico di una persona che ne usa un altro può produrre anche un outing, cioè rivelare la sua identità transgender o non binaria senza consenso e a persone alle quali non aveva scelto di raccontarsi.

Alcune scuole italiane hanno adottato propri regolamenti per la cosiddetta carriera alias. Si tratta di procedure interne che associano al profilo anagrafico un nome elettivo utilizzabile in determinati ambienti scolastici e strumenti digitali.

Le modalità non sono uniformi. Possono cambiare la documentazione richiesta, gli strumenti nei quali viene adottato il nome e, per le persone minorenni, il coinvolgimento di chi esercita la responsabilità genitoriale. Lo mostrano, per esempio, i regolamenti pubblicati dall’Istituto Tecnico Garibaldi-Da Vinci di Cesena e dal Liceo Virgilio di Milano.

Questi esempi documentano le scelte dei singoli istituti: non dimostrano l’esistenza di una disciplina nazionale uniforme per tutte le scuole.

La carriera alias può ridurre molte occasioni di esposizione, ma non basta approvare un regolamento se il personale non viene formato o se il nome precedente continua a essere pronunciato davanti alla classe.

Una scuola inclusiva (continuo a non amare questo termine) non si misura dal documento pubblicato sul sito. Si misura nel momento dell’appello.

Non tutte le persone possono correggere chi sbaglia

Dire “se ti chiamano male, correggili” sembra una soluzione semplice. Non lo è sempre.

Una persona adolescente può dipendere economicamente e affettivamente dalla famiglia. Può temere punizioni, umiliazioni, isolamento o la divulgazione della propria identità. A scuola può avere paura di diventare bersaglio di bullismo o di essere costretta a spiegarsi davanti alla classe.

Il silenzio non significa consenso.

Anche una persona che non corregge ogni volta può soffrire per il nome o il pronome utilizzato. Correggere continuamente le altre persone richiede energia, espone al conflitto e trasforma l’identità in una lezione permanente.

Non dovrebbe spettare sempre alla persona transgender o non binaria educare l’ambiente che la circonda.

Le persone adulte possono informarsi autonomamente, chiedere con discrezione quali parole utilizzare e intervenire quando assistono a un misgendering, senza esporre ulteriormente la persona interessata.

Come comportarsi quando si sbaglia

Non serve costruire un rituale intorno all’errore. È sufficiente:

  • correggersi;
  • evitare di giustificarsi lungamente;
  • non chiedere alla persona di rassicurarci;
  • esercitarsi privatamente con il nome e i pronomi corretti;
  • chiedere come comportarsi nei diversi contesti, soprattutto se la persona non ha fatto coming out ovunque;
  • non divulgare il nome precedente;
  • correggere altre persone soltanto rispettando la sicurezza e la volontà della persona interessata.

Soprattutto, non bisogna trasformare ogni errore in una discussione sulla legittimità dell’identità altrui.

Il nome non è un referendum familiare. I pronomi non devono essere approvati dalla maggioranza.

Riconoscere il presente non cancella il passato

Uno degli argomenti più utilizzati contro il nome scelto è che adottarlo significherebbe negare tutto ciò che è esistito prima.

Ma riconoscere una persona nel presente non impone di distruggere fotografie, ricordi o legami. Chiede di non utilizzare il passato come un’arma contro ciò che quella persona sta cercando di esprimere oggi.

Le persone cambiano nome per molte ragioni: matrimonio, separazione, adozione, religione, cittadinanza, arte o desiderio personale. Soltanto quando il cambiamento riguarda il genere, però, una parte della società pretende di sottoporlo a un interrogatorio.

Il problema non è soltanto la difficoltà linguistica.

È la difficoltà di accettare che una persona possa conoscere qualcosa di sé che la famiglia non aveva previsto.

Un nome non è una concessione

Utilizzare il nome corretto non significa essere persone eccezionalmente aperte. Non è un premio da concedere quando una figlia o un figlio si comporta bene, né un privilegio da sospendere durante un litigio.

Dire “finché vivi in questa casa ti chiamo come voglio” rende esplicita la logica di potere: il riconoscimento dell’identità viene subordinato all’obbedienza.

Ma il rispetto che può essere ritirato non è rispetto. È controllo.

Le persone adulte possono avere domande, paure e bisogno di tempo. Devono però assumersi la responsabilità delle proprie emozioni senza scaricarle su chi sta crescendo.

Il nome ricevuto può raccontare da dove una persona viene. Quello che sceglie può raccontare chi sta diventando. Amare non significa decidere quale delle due storie abbia il diritto di esistere: significa lasciare che sia quella persona a pronunciare il proprio nome.