Le parole non sono mai neutre. Non sono semplici strumenti per trasmettere informazioni, ma veri e propri atti relazionali. Ogni parola detta a un bambino, a una bambina, a un adolescente contribuisce a costruire il modo in cui quella persona imparerà a guardarsi, a parlare a se stessa e a stare nel mondo.

Il linguaggio, molto prima di essere educativo, è strutturante.
Spesso si pensa che a ferire siano solo le parole gridate, offensive, apertamente violente. In realtà esiste una violenza più sottile, meno riconoscibile, ma non per questo meno dannosa: quella che passa attraverso frasi normalizzate, dette “per il loro bene”, pronunciate senza consapevolezza del loro peso emotivo. È la violenza invisibile del linguaggio quotidiano.
Le parole educano anche quando non ce ne accorgiamo.
Ogni persona educa, anche quando non ha intenzione di farlo. Educa nel modo in cui risponde a una domanda, in come reagisce a un’emozione, in ciò che sceglie di nominare e in ciò che invece evita accuratamente. Le parole non insegnano solo concetti, ma insegnano come trattare se stessi.
Dire a una bambina o a un bambino “non è successo niente” quando sta piangendo non lo tranquillizza: insegna che ciò che prova non è degno di attenzione. Dire “sei troppo sensibile” non descrive un tratto caratteriale, ma trasmette l’idea che la sensibilità sia un difetto. Dire “adesso basta” davanti a un’emozione intensa comunica che l’emozione è un problema da spegnere, non un messaggio da ascoltare. Il linguaggio educa anche quando minimizza, quando ironizza, quando etichetta. E spesso lo fa senza che l’adulto se ne renda conto.
Parole che discriminano: come il linguaggio influenza la percezione sociale?
Le etichette: parole che sembrano innocue e invece definiscono
Uno degli usi più pericolosi del linguaggio educativo è l’etichettamento. “Sei pigro”, “sei aggressiva”, “sei fatto così”, “sei il problematico della classe”. Le etichette sembrano descrittive, ma in realtà sono prescrittive: non raccontano ciò che accade, stabiliscono ciò che si è.
Una bambina o un bambino che cresce sentendosi nominare sempre nello stesso modo interiorizza quell’immagine come una verità immutabile. Non impara a distinguere tra comportamento ed identità, ma finisce per confondere l’errore con il proprio valore. Il linguaggio che cura, al contrario, separa sempre la persona dall’azione. Non nega la difficoltà, ma la rende attraversabile.
Dire “in questo momento fai fatica a concentrarti” è profondamente diverso dal dire “sei disattento”. Nel primo caso si apre una possibilità, nel secondo si chiude una definizione.
Il linguaggio emotivo come strumento di protezione
Un linguaggio che cura è prima di tutto un linguaggio emotivamente alfabetizzato. Non perché servano parole complicate, ma perché servono parole vere. Nominare le emozioni significa renderle riconoscibili e quindi gestibili.
Quando una persona aiuta una bambina o un bambino a dire “sono arrabbiato”, “sono spaventata”, “mi sento escluso”, non sta amplificando il problema, ma lo sta contenendo. Le emozioni che non trovano parole cercano altre strade: il corpo, il comportamento, il sintomo.
Molti disagi infantili e adolescenziali nascono proprio dall’assenza di un linguaggio che sappia accogliere ciò che è scomodo. La rabbia viene zittita, la tristezza viene minimizzata, la paura viene derisa. Eppure sono proprio quelle emozioni a contenere informazioni fondamentali sul vissuto di chi cresce.
Cosa significa alfabetizzazione emotiva?
Frasi comuni che feriscono senza volerlo
Ci sono frasi che fanno parte del nostro patrimonio culturale e che vengono ripetute automaticamente, senza interrogarsi sul loro effetto. “C’è chi sta peggio”, “non fare la vittima”, “devi essere forte”, “non piangere per sciocchezze”. Sono frasi che non nascono da cattiveria, ma da un’incapacità appresa di stare davanti alla fragilità.
Il problema non è solo ciò che viene detto, ma il messaggio implicito che passa: le emozioni difficili sono un fastidio, il dolore va ridimensionato, la vulnerabilità è una colpa. Un linguaggio che cura, invece, legittima l’esperienza senza drammatizzarla, accoglie senza invadere, ascolta senza giudicare.
Il ruolo dell’adulto: regolare prima di educare
Una persona adulta non può usare un linguaggio che cura se non ha prima imparato a regolare se stessa. Molte parole feriscono perché vengono dette in reazione, sotto stress, nella fretta di far cessare un comportamento che mette in difficoltà la persona adulta più che la bambina o il bambino.
Educare attraverso il linguaggio significa rallentare, prendersi il tempo di scegliere le parole, accettare di non avere sempre la risposta pronta. Significa riconoscere che l’obiettivo non è il controllo immediato, ma la costruzione di una sicurezza emotiva a lungo termine.
Il linguaggio che cura non è permissivo, ma responsabile. Sa dire dei no, ma senza umiliare. Sa porre limiti, ma senza svalutare.
Parlare oggi per costruire la voce interiore di domani
Le parole che un bambino ascolta diventano, nel tempo, la sua voce interiore. È quella voce che userà per incoraggiarsi o per punirsi, per attraversare una difficoltà o per sentirsi sbagliato. Per questo il linguaggio educativo ha un impatto che va ben oltre l’infanzia.
Usare un linguaggio che cura non significa essere persone perfette, ma significa essere consapevoli. Significa sapere che ogni parola può essere una ferita o una possibilità, un confine o un ponte. E scegliere, ogni volta che possiamo, di usare il linguaggio come spazio di cura e non come strumento di potere.
Perché crescere non dovrebbe mai significare imparare a sopravvivere alle parole delle persone adulte, ma poterle usare come radici sicure da cui partire.
Come riconoscere la violenza psicologica in famiglia: le parole che feriscono


