Cultura psicologica

Quando la scuola non è neutra: ADHD, prestazione e il mito dell’alunno ideale

La scuola ama raccontarsi come uno spazio neutro, meritocratico, uguale per tuttə. Un luogo in cui chi si impegna viene premiatə e chi fatica deve semplicemente “metterci più volontà”. Questa narrazione è rassicurante, ma falsa. La scuola non è neutra, soprattutto quando incontra cervelli che funzionano fuori dallo standard, come quelli delle persone con ADHD.

L’ADHD non entra in classe come una difficoltà individuale isolata. Entra in collisione con un sistema costruito su ritmi, modalità e criteri di valutazione che privilegiano un solo modello di apprendimento.

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Il mito dell’alunna e dell’alunno ideale

L’alunnə ideale è attentə, silenziosə, capace di stare sedutə a lungo, di seguire spiegazioni frontali, di organizzare il lavoro in modo lineare, di rispettare tempi e consegne senza deviazioni. È un modello profondamente interiorizzato, raramente dichiarato, ma costantemente premiato.

Chi non rientra in questo schema non viene semplicemente visto come diversə, ma come problematicə. L’ADHD, in questo contesto, non è letto come una differenza neurobiologica, ma come una mancanza: di impegno, di disciplina, di maturità.

La scuola, così com’è strutturata, non osserva il funzionamento, ma giudica la conformità.

ADHD e prestazione: quando il valore coincide con il rendimento

Nel sistema scolastico, il valore dell’alunnə viene spesso misurato in termini di prestazione. Voti, verifiche, interrogazioni, tempi di attenzione, capacità di stare dentro le regole implicite. L’ADHD mette in crisi questo impianto perché rompe la linearità su cui si basa.

Chi ha ADHD può essere brillante a tratti, creativo, intuitivə, capace di connessioni profonde, ma fatica nella continuità, nella gestione del tempo, nella memoria di lavoro. Queste difficoltà vengono facilmente lette come incoerenza o svogliatezza, invece che come caratteristiche di funzionamento.

Il problema non è che l’alunnə con ADHD non sia capace, ma che la scuola riconosce come capacità solo ciò che è facilmente misurabile.

Genere e ADHD: chi paga il prezzo più alto

La presunta neutralità della scuola si incrina ancora di più se si guarda al genere. Bambine e ragazze con ADHD vengono spesso invisibilizzate perché socialmente addestrate all’adattamento. Imparano presto a mascherare, a compensare, a fare uno sforzo enorme per sembrare “a posto”.

Questo porta a diagnosi tardive o mancate, a un carico emotivo altissimo e a una lettura distorta delle difficoltà. La bambina non è vista come neurodivergente, ma come ansiosa, disorganizzata, emotivamente instabile. Il problema viene spostato dal sistema al carattere.

L’alunnə ideale, in questo senso, è anche un modello profondamente normato sul piano del genere.

La disciplina come strumento di esclusione

Molti strumenti disciplinari scolastici colpiscono in modo sproporzionato chi ha ADHD. Richiami, note, sanzioni per comportamenti che non sono atti di sfida, ma espressioni di un funzionamento neurodivergente: alzarsi spesso, parlare fuori turno, dimenticare materiali, perdere il filo.

La disciplina, quando non tiene conto delle differenze, diventa un dispositivo di esclusione. Non educa, ma addestra. Non accompagna, ma punisce.

In questo contesto, l’alunnə con ADHD interiorizza un messaggio chiaro: sei sbagliatə nel modo in cui esisti.

L’effetto a lungo termine: identità e autostima

Crescere in un ambiente che rimanda continuamente l’idea di non essere adeguatə ha un impatto profondo sull’identità. Moltə adultə con ADHD raccontano un’infanzia scolastica segnata dalla sensazione di “potercela fare, ma mai abbastanza”.

Questo scarto continuo tra potenziale e riconoscimento produce frustrazione, vergogna, senso di colpa. Non perché manchino le capacità, ma perché manca un contesto capace di leggerle.

La scuola, in questi casi, non è solo un luogo di apprendimento, ma un laboratorio di auto-svalutazione.

Neutralità apparente, scelte politiche reali

Dire che la scuola non è neutra non significa accusare singoli insegnanti, ma interrogare il sistema. Ogni scelta educativa è una scelta politica: cosa valutiamo, come valutiamo, chi consideriamo “bravə”, chi consideriamo “problematicə”.

Continuare a ignorare l’ADHD come questione strutturale significa mantenere un modello che esclude sistematicamente una parte della popolazione studentesca. Non per cattiveria, ma per inerzia.

L’idea di uguaglianza, quando non tiene conto delle differenze di funzionamento, diventa una forma raffinata di ingiustizia.

Oltre il mito dell’adattamento

Chiedere a chi ha ADHD di adattarsi senza cambiare nulla del contesto significa scaricare la responsabilità sul singolo. Significa dire: se non ce la fai, il problema sei tu. Questa logica produce adultə esaustə, iper-controllatə, convintə di dover sempre fare il doppio per valere la metà.

Mettere in discussione il mito dell’alunnə ideale non è una concessione, ma una necessità. Non per abbassare l’asticella, ma per smettere di usarla come strumento di esclusione.

La scuola come spazio da ripensare

Riconoscere che la scuola non è neutra apre una possibilità: quella di ripensarla. Non come luogo uniforme, ma come spazio capace di accogliere funzionamenti diversi senza trasformarli in problemi da correggere.

L’ADHD, in questo senso, non è una deviazione da normalizzare, ma una lente attraverso cui osservare i limiti di un sistema che premia sempre gli stessi e fatica a vedere il resto.

Finché continueremo a difendere il mito dell’alunnə ideale, continueremo a perdere talenti, energie, intelligenze non allineate. E continueremo a chiamare “difficoltà individuale” ciò che è, in realtà, una scelta strutturale.

Non è solo distratto: il cervello di bambine e bambini con ADHD lavora in modo diverso, non sbagliato