Quando una persona subisce una violenza — che sia fisica, psicologica, sessuale o economica — la prima reazione dovrebbe essere quella di ascoltare, credere, accogliere. Eppure, ancora troppo spesso, ciò che riceve è un giudizio. Un’accusa mascherata da domanda: “Perché non hai detto nulla prima?”, “Non potevi evitarlo?”. È il significato di victim blaming e non è solo una reazione inappropriata: è un riflesso culturale profondo, un meccanismo tossico che trasforma la vittima in colpevole.

Che cos’è il victim blaming?
Letteralmente significa “colpevolizzazione della vittima”. È l’atteggiamento, conscio o inconscio, attraverso il quale si attribuisce alla persona che ha subito violenza (di genere, domestica, sul lavoro o in ambito scolastico) parte della responsabilità dell’accaduto. Questo accade nei media, nelle aule di tribunale, nelle conversazioni tra amiche e amici, nelle famiglie. E, purtroppo, anche nelle scuole, tra chi è chiamato a educare.
Il victim blaming si insinua con parole apparentemente innocue ma gravide di implicazioni: “perché è rimasta?”, “avrà fatto qualcosa per provocarlo?”, “non sembrava così traumatizzata”. Ogni frase del genere mina la credibilità della persona sopravvissuta alla violenza, aggiungendo vergogna al trauma.
Un meccanismo antico, radicato nella cultura patriarcale
Per comprendere a fondo il victim blaming, dobbiamo osservarlo come un prodotto sociale e culturale. Non nasce nel vuoto, ma si nutre di secoli di disuguaglianze di potere, di stereotipi di genere, di una narrativa dominante che ha sempre voluto controllare le scelte e la libertà delle donne. E, in parallelo, ha costruito l’idea che gli uomini abbiano diritto a determinati privilegi, compresa — in modo inaccettabile — l’impunità.
In questo contesto, le vittime diventano scomode. Perché denunciano un sistema che molti preferiscono non vedere. Colpevolizzarle diventa quindi un modo per difendere lo status quo. Si delegittima il loro dolore, si banalizza la violenza, si evita di assumersi responsabilità collettive.
Il prezzo emotivo della colpevolizzazione
Le conseguenze psicologiche del victim blaming sono profonde: senso di colpa, vergogna, isolamento, difficoltà nel chiedere aiuto o nel riconoscere la propria esperienza come abuso. Non è raro che chi ha subito una violenza, e non è stata creduta, sviluppi sintomi post-traumatici, depressione, ansia, o addirittura si convinca di meritare ciò che ha subito. Per chi cresce in un contesto violento, questo meccanismo può radicarsi ancora più profondamente, portando a una normalizzazione della violenza stessa.
Per bambine, bambini e adolescenti — i più vulnerabili nel subire e nel processare — il victim blaming può spegnere la fiducia nelle persone adulte, nella giustizia e nel valore della propria parola. E questo è pericoloso: perché il silenzio è il terreno più fertile per la violenza.
La scuola, la famiglia, i media: luoghi decisivi
Nella scuola, il victim blaming può manifestarsi in forma di sospetti non detti, commenti fuori luogo o mancanza di intervento. Quando una studentessa o uno studente denuncia episodi di bullismo, molestie o violenza, è fondamentale che venga creduta o creduto. Le insegnanti e gli insegnanti hanno un ruolo chiave: non solo nel supporto immediato, ma nella costruzione di una cultura del rispetto, della responsabilità e del consenso.
Nelle famiglie, il rischio è quello di ricadere in dinamiche difensive: “non voglio crederci”, “forse stai esagerando”, “non dire queste cose, ci rovini la reputazione”. E così si perpetua il danno, si spinge la vittima al silenzio, la si lascia sola nella sua esperienza. Questo è ancora più grave quando la violenza viene da dentro le mura di casa.
I media, infine, troppo spesso raccontano le storie di violenza come gialli morbosi. Cercano dettagli intimi, scavano nel passato della vittima, insinuano dubbi. Ma ogni dubbio insinuato è una carezza data al carnefice.
Un cambiamento è possibile
Per spezzare il ciclo del victim blaming serve un cambiamento radicale nel modo in cui educhiamo, comunichiamo, ascoltiamo. Significa insegnare l’empatia come competenza sociale, il consenso come fondamento relazionale, la credibilità delle vittime come principio etico. Significa formare chi lavora a contatto con l’infanzia e l’adolescenza a riconoscere i segnali, a costruire relazioni sicure, a diventare una presenza affidabile e non giudicante.
Significa anche interrogarsi sui propri pregiudizi, allenarsi a riconoscere quelle frasi automatiche che suonano familiari ma sono pericolose. Fermarsi prima di dire “ma perché non se n’è andata?”. E chiedersi invece: “Perché chi ha fatto del male ha potuto farlo? Perché ha continuato a farlo? Chi l’ha coperto? Chi ha guardato altrove?”.
Il silenzio che uccide due volte
Perché il punto non è mai quanto una persona “ci stava”, quanto urlava, come era vestita o quanto tempo è passato. Il punto è che qualcuno ha violato, invaso, abusato. E che spesso chi avrebbe dovuto proteggere ha voltato lo sguardo. Ogni volta che si colpevolizza una vittima si crea un’alleanza con la violenza. E si insegna alle nuove generazioni che denunciare non serve, che non verranno credute. Questo è il messaggio più tossico che possiamo trasmettere.
Questo articolo non sostituisce il supporto di una o di un professionista della salute mentale, ma vuole offrire spunti di riflessione e sensibilizzazione su un tema di grande importanza sociale.
Se sospetti che una bambina, un bambino o una persona adolescente siano vittime di violenza o se tu stessa o tu stesso stai vivendo una situazione di abuso, chiedi aiuto a professionisti, centri antiviolenza o servizi di supporto specializzati. Parlare è il primo passo per spezzare il silenzio e trovare una via d’uscita.


