LGBTQIA+

“Quella ragazza è lesbica perché non ha trovato l’uomo giusto”. La saga degli stereotipi

C’è una frase che attraversa generazioni, tavolate familiari, consigli di classe, una di quelle che rotola sulla lingua con leggerezza ma affonda come una pietra: “È lesbica perché non ha ancora trovato l’uomo giusto.”

Questa frase non è solo un’opinione infelice. È un concentrato tossico di pregiudizi, disinformazione e violenza simbolica. Un veleno che viene somministrato spesso con il sorriso di chi “vuole solo aiutare”.
Ma andiamo per gradi.

Sesso, amore e libertà: non sono enigmi da risolvere

Pensare che l’orientamento sessuale sia una deviazione momentanea causata da un’esperienza negativa (o assente) con il “sesso opposto” significa ignorare il concetto stesso di identità. Significa ridurre la complessità della soggettività a un errore di percorso, a un effetto collaterale, a una mancanza da colmare.

Questa logica deriva da un modello eterosessista secondo cui l’amore tra donne o tra uomini sarebbe un’anomalia, un ripiego, una fase. Ma l’affettività – soprattutto quella che riguarda l’infanzia e l’adolescenza – è fatta di esplorazioni, desideri, paure, e scoperte. Non è un quiz a risposta multipla con una sola opzione corretta.

Gli stereotipi: la grammatica dell’ignoranza

Dietro alla convinzione che “basterebbe il maschio giusto” per “raddrizzare” una ragazza lesbica, si annida un’idea di sessualità come qualcosa che si debba aggiustare, correggere, riabilitare. È lo stesso meccanismo mentale che ha generato le terapie riparative – pratiche disumane e criminali in molti Paesi – o le “preghiere” collettive per guarire le persone queer.

Lo stereotipo dell’omosessualità come “mancanza” o “trauma” è duro a morire, soprattutto quando si parla di persone adolescenti. Si tende a pensare che una giovane non possa sapere cosa vuole, che sia troppo influenzabile, o che stia solo cercando attenzione. Ma la verità è che le ragazze e i ragazzi queer lo sanno. Lo sentono. Solo che il mondo intorno, a volte, grida più forte.

Il problema sono le persone adulte, non le persone adolescenti

A chi lavora con minori, è richiesta una profonda responsabilità: quella di non riprodurre i propri limiti nel rapporto educativo. Genitrici, genitori, insegnanti, educatrici ed educatori non sono chiamati a “decifrare” i sentimenti delle persone giovani come si fa con un test di Rorschach, ma a creare spazi sicuri in cui possano esprimersi, senza giudizio.

La presunta neutralità, quando si tratta di tematiche LGBTQIA+, è una trappola. Non prendere posizione significa lasciare che l’omotransfobia continui a fare il suo lavoro silenzioso, insinuandosi tra le parole non dette, nei corridoi delle scuole, nei discorsi delle famiglie “preoccupate”.

La violenza simbolica è ancora violenza

“Ma dai, sarà solo una fase”
“È solo confusa”
“Avrà avuto un padre assente”
“Con un ragazzo vero, cambierebbe idea”

Tutte queste frasi sono violenza. Non servono pugni per ferire. Bastano le parole inadeguate al momento sbagliato. Bastano i sorrisi paternalistici, le battute a tavola, i silenzi imbarazzati quando una figlia dice che ama un’altra ragazza. Bastano le risatine quando un adolescente cammina in modo considerato “troppo femminile” e un’adolescente in modo “troppo maschile”.

Le parole costruiscono mondi. Possono far fiorire o amputare. E spesso, a far più male non è l’attacco diretto, ma la micro-violenza costante, sussurrata, normalizzata.

Non è questione di preferenze. È questione di essere

L’orientamento sessuale non è una moda, non è una provocazione, non è un trauma travestito da bandiera arcobaleno. È una parte costitutiva dell’identità. E non ha bisogno di essere approvata, capita o analizzata da nessuno. Ha solo bisogno di essere riconosciuta.

C’è chi si sente lesbica da sempre. C’è chi lo scopre dopo. C’è chi lo nega, perché ha paura. C’è chi non ha parole per dirlo, ma ne sente il bisogno fisico. Ogni storia è unica. E ogni tentativo di semplificare o “aggiustare” è un atto di colonizzazione emotiva.

Ma quindi, che cosa possiamo fare?

Ascoltare senza interpretare.
Parlare senza invadere.
Leggere, formarsi, informarsi.
Ammettere i propri limiti e provare a superarli.
E soprattutto, educare. All’empatia, all’affettività, alle differenze.

Nelle scuole, nei consultori, nelle case, nei cortili. Ovunque.

Chi educa oggi, ha il potere di cambiare la narrazione di domani. E magari, domani, essere lesbica sarà una semplice informazione da accogliere e non un dato per costruire una pseudodiagnosi di chissà quale disagio.