Storie

Crescere in una famiglia abusante. La storia di Sara

Mi chiamo Sara e per anni ho creduto che quello che vivevo fosse normale. Le urla, gli insulti, gli sguardi carichi di rabbia. A casa mia non si parlava, si sopportava. E quando provavo a dire qualcosa, la risposta era sempre la stessa: “Non fare la drammatica.”Avevo otto anni la prima volta che ho realizzato che qualcosa non andava. Era una domenica mattina, dovevo solo sparecchiare. Ma il piatto è scivolato dalle mani. Mio padre si è alzato in silenzio, mi ha dato uno schiaffo e ha detto che dovevo imparare a stare attenta. Mia sorella era lì, ferma. Con le braccia lungo i fianchi e gli occhi bassi. Non mi ha difesa. Era chiaro, almeno a me, di sopravvivere in una famiglia abusante.

Sempre in iper vigilanza

Col tempo ho imparato a prevedere gli scatti d’ira. Bastava un rumore sbagliato, una parola fuori posto, un vestito troppo stretto. Ero diventata un radar vivente. Ogni giorno mi svegliavo con il pensiero: “Oggi andrà tutto bene, se sto zitta, se non do fastidio.”

A scuola ero sempre quella tranquilla, quella brava. Nessuno immaginava cosa succedeva dietro le tende tirate della mia stanza. Avevo imparato a sorridere anche quando avevo voglia di urlare. Tenevo un diario dove raccontavo cose che non dicevo a nessuno. Era l’unico spazio dove potevo essere me stessa.

Non c’era solo la violenza fisica. C’era quella sottile, logorante, fatta di parole. “Non vali niente.” “Con quella faccia chi ti vorrà mai?”. “Sei come tua madre, una buona a nulla.” Queste frasi mi entravano dentro come spine. Crescevano con me.

Durante l’adolescenza ho cominciato a isolarmi. Le mie amiche uscivano, si raccontavano. Io mentivo. Dicevo che non potevo, che avevo troppo da studiare. Ma la verità era che dovevo tornare a casa o sarebbero iniziate le telefonate, gli insulti, le punizioni assurde. A volte bastava tornare cinque minuti dopo per sentirmi dire che ero una “poco di buono”.

I momenti peggiori erano quelli in cui mi illudevo che potesse cambiare qualcosa. Mia madre ogni tanto mi diceva: “Tuo padre in fondo ti vuole bene, ha solo il suo modo.” Ma io quell’amore non l’ho mai sentito. L’amore non fa paura. L’amore non ti umilia.

A diciassette anni ho conosciuto una professoressa che mi ha “salvata”. Si è accorta che c’era qualcosa che non andava. Non ha insistito, non mi ha messo alle strette. Ma ogni giorno mi diceva: “Tu meriti rispetto. Sempre.” Non so perché, ma quelle parole hanno cominciato a scavare dentro di me. Per la prima volta ho pensato che forse non ero io quella rotta.

Ho aspettato i diciott’anni come si aspetta una porta che si apre su un’altra vita. Appena ho potuto, ho preso uno zaino e sono andata via. Nessuna grande fuga: solo una stanza in affitto, un lavoretto da commessa e tanta paura. Ma anche tanta voglia di ricominciare.

All’inizio non è stato facile. Ero piena di ansia, avevo attacchi di panico. Non mi fidavo di nessuno. Poi ho deciso di iniziare un percorso di psicoterapia. Lentamente ho cominciato a rimettere insieme i pezzi, a dare un nome a ciò che avevo vissuto: abuso, controllo, manipolazione. Non era colpa mia. Non lo è mai stata.

Oggi ho 27 anni. Studio psicologia, perché voglio diventare quel punto di ascolto che a me è mancato. Ho imparato a dire “no”, a mettere limiti, a scegliere relazioni sane. Ho imparato a vivere, non solo a sopravvivere.

Racconto la mia storia per dire a chi si sente intrappolato che esiste un dopo. Che si può uscire da una famiglia abusante e costruirsi una nuova idea di casa, fatta di rispetto, libertà e amore vero.

Se sei in una situazione simile, ti prego: non restare in silenzio. Parlane. Cerca aiuto. Non sei sola. Non sei solo. E non è questa la fine della tua storia.