L’omofobia a scuola non sempre si presenta come un atto eclatante. Non sempre è l’insulto diretto, la minaccia esplicita, l’aggressione fisica. Molto più spesso è una presenza costante, silenziosa, quotidiana. È ciò che passa inosservato perché considerato normale, inevitabile, parte del “crescere”. Quando la scuola chiude gli occhi, l’omofobia smette di essere un evento isolato e diventa un clima. Un sottofondo che accompagna le giornate di molte studentesse e studenti senza mai essere davvero nominato.

L’omofobia che non fa rumore
Esiste un’omofobia che non urla. Vive nelle battute ripetute, nei soprannomi, nei commenti fatti “per scherzo”, nelle risatine quando qualcuna o qualcuno non rientra nei codici di genere dominanti. Vive nell’uso disinvolto di parole che svalutano, ridicolizzano, segnano una distanza.
Questa forma di omofobia è particolarmente insidiosa perché viene facilmente minimizzata. “Non era rivolto a nessuna in particolare”, “non voleva offendere”, “sono solo parole”. Ma le parole costruiscono ambienti. E un ambiente ostile non ha bisogno di un colpevole dichiarato per fare danni.
Il silenzio delle persone adulte come legittimazione
Uno degli elementi che trasforma l’omofobia in normalità è il silenzio delle persone adulte. Quando docenti, educatrici ed educatori assistono a commenti omofobi senza intervenire, il messaggio che passa è chiaro: è tollerabile.
Non serve una dichiarazione esplicita per legittimare una violenza. Basta non interromperla. Basta lasciarla scorrere come parte del rumore di fondo della vita scolastica.
Molte studentesse e studenti imparano così che segnalare non serve, che lamentarsi è inutile, che il problema non verrà preso sul serio. E smettono di parlare.
“Non era diretto a te”: la violenza indiretta
Una delle frasi più dannose che circolano nei contesti scolastici è: “Non era diretto a te”. Come se la violenza funzionasse solo per destinatari espliciti. Come se un clima ostile non colpisse chiunque lo attraversi.
Le studentesse e gli studenti LGBTQIA+, o anche solo percepiti come tali, vivono in costante allerta. Ogni battuta, ogni risata, ogni commento è un promemoria: qui potresti essere il prossimo bersaglio. Questa tensione continua ha un costo emotivo enorme, spesso invisibile alle persone.
L’idea sbagliata di neutralità
Molte scuole rivendicano una posizione di neutralità: “non entriamo in questi temi”, “non facciamo politica”, “trattiamo tutti allo stesso modo”. Ma la neutralità, in un contesto segnato da disuguaglianze, non è mai neutra.
Non intervenire sull’omofobia significa prendere posizione a favore dello status quo. Significa lasciare che la norma continui a schiacciare chi non vi rientra. La scuola non è uno spazio astratto: è un luogo concreto, attraversato da rapporti di potere, linguaggi, esclusioni.
Omofobia e linguaggio: ciò che viene detto e ciò che non viene mai nominato
Il linguaggio scolastico è uno dei veicoli principali dell’omofobia quotidiana. Non solo per ciò che viene detto, ma anche per ciò che viene sistematicamente evitato. L’assenza di rappresentazioni, di esempi, di narrazioni che includano vite LGBTQIA+ comunica un messaggio preciso: queste esperienze non contano, non sono degne di essere raccontate.
Quando l’unica narrazione legittima è quella eterosessuale, tutto il resto viene relegato al margine. E ciò che sta ai margini è più facile da colpire.
Il peso su chi cresce
Crescere in un ambiente scolastico in cui l’omofobia è normalizzata significa imparare a nascondersi. Molte studentesse e studenti imparano presto a modulare il proprio comportamento, il modo di parlare, di vestirsi, di muoversi. Non per scelta, ma per sopravvivenza.
Questo adattamento forzato ha conseguenze profonde: ansia, isolamento, difficoltà di concentrazione, abbandono scolastico. Non perché manchi la capacità di apprendere, ma perché l’energia viene spesa per proteggersi.
L’omofobia come problema educativo, non individuale
Ridurre l’omofobia a una questione di “ragazzate” significa non comprenderne la portata. Non è un problema di singole studentesse o singoli studenti, ma di un sistema educativo che non fornisce strumenti per leggere e decostruire la discriminazione.
Quando manca un lavoro esplicito sul linguaggio, sui modelli, sui ruoli di genere, l’omofobia trova terreno fertile. Non perché chi cresce sia naturalmente violento, ma perché nessuno ha insegnato a riconoscere il danno.
Chi paga il prezzo più alto
A pagare il prezzo più alto sono sempre le stesse persone: chi è percepita o percepito come fuori norma. Ma anche chi assiste e impara che stare zitte e zitti è la strategia migliore. Una scuola che tollera l’omofobia non danneggia solo chi ne è bersaglio diretto, ma impoverisce l’intero clima educativo.
Insegna che la violenza può essere ignorata, che il disagio altrui non è un problema collettivo, che il rispetto è facoltativo.
Responsabilità e scelta
L’omofobia a scuola non è un destino inevitabile. È il risultato di scelte precise: cosa si decide di affrontare, cosa si decide di evitare, quali parole si correggono e quali si lasciano passare.
Quando la scuola chiude gli occhi, l’omofobia diventa normalità quotidiana. Quando decide di guardare, di intervenire, di nominare, quella normalità può essere messa in discussione.
Non si tratta di introdurre temi “sensibili”, ma di assumersi una responsabilità educativa. Perché ogni giorno di silenzio è una lezione. E non è mai una lezione dalla parte delle vittime.


