Cultura psicologica

ADHD nelle bambine: perché molte restano invisibili per anni

Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di ADHD nelle donne adulte. Molte persone ricevono una diagnosi a trent’anni, quaranta o anche più tardi e, quasi inevitabilmente, si pongono la stessa domanda: com’è possibile che nessuna o nessuno se ne sia accorto prima?

La risposta non riguarda soltanto la medicina o la psicologia. Riguarda anche il modo in cui per anni abbiamo immaginato l’ADHD, il modo in cui osserviamo le bambine e i bambini e, più in generale, le aspettative culturali che continuiamo ad avere nei confronti dell’infanzia.

ADHD nelle bambine

Per molto tempo, infatti, l’ADHD è stato associato soprattutto all’immagine di un bambino molto irrequieto, impulsivo, che interrompe continuamente e fatica a rispettare le regole. Questa rappresentazione non è sbagliata, ma è parziale. E quando un disturbo viene raccontato quasi esclusivamente attraverso un determinato modello, tutto ciò che si allontana da quell’immagine rischia di passare inosservato.

È una delle ragioni per cui oggi si parla sempre di più di ADHD nelle bambine e nelle ragazze.

L’invisibilità non significa assenza di difficoltà

Una delle convinzioni più diffuse è che una difficoltà importante sia necessariamente evidente. In realtà, non sempre è così.

Una bambina che non disturba la classe, che non si alza continuamente dal banco o che non crea particolari problemi alle persone può essere considerata semplicemente tranquilla, sensibile o un po’ distratta. Può anche avere un buon rendimento scolastico e apparire, dall’esterno, perfettamente adattata alle richieste che riceve.

Questo, però, non significa che non stia facendo fatica.

Negli ultimi anni diverse ricercatrici e diversi ricercatori hanno sottolineato come molte bambine siano state storicamente meno riconosciute non perché l’ADHD fosse assente, ma perché le manifestazioni considerate tipiche del disturbo erano state osservate soprattutto nei maschi. Se l’immagine dell’ADHD è quella del bambino che corre, interrompe e richiama continuamente l’attenzione, è più facile che una bambina che vive le proprie difficoltà in modo meno evidente non venga notata.

L’invisibilità, però, non è sinonimo di benessere.

«È intelligente, ma non si applica»

Molte donne che ricevono una diagnosi in età adulta raccontano di essere cresciute con giudizi apparentemente banali. Frasi che probabilmente molte persone hanno sentito almeno una volta nella vita.

«Potrebbe fare molto di più.»

«È intelligente, ma non si impegna.»

«Si perde sempre.»

«È troppo distratta.»

«Possibile che dimentichi continuamente le cose?»

Spesso queste osservazioni nascono in buona fede. Genitori, insegnanti e altre figure adulte cercano di interpretare ciò che vedono e lo fanno attraverso gli strumenti culturali che possiedono. Tuttavia, quando certi messaggi vengono ripetuti per anni, possono contribuire a costruire una narrazione molto precisa.

La bambina non pensa che forse sta vivendo una difficoltà che nessuno ha ancora compreso. Più facilmente arriva a credere che il problema sia il suo carattere, la sua mancanza di volontà o una presunta incapacità di organizzarsi come le altre persone.

E quando questa convinzione accompagna una persona per molti anni, può diventare parte del modo in cui guarda se stessa.

Anche una bambina che va bene a scuola può non essere compresa

Esiste ancora l’idea che l’ADHD debba necessariamente tradursi in scarso rendimento scolastico. In realtà, molte persone raccontano una storia diversa.

Ci sono bambine che ottengono risultati soddisfacenti, che vengono considerate responsabili e che, proprio per questo, non destano particolari preoccupazioni. Ciò che spesso non viene visto è la quantità di energia che alcune di loro investono per raggiungere quei risultati.

Passare molto tempo sui compiti, vivere con ansia le scadenze, affidarsi al perfezionismo o fare enormi sforzi per mantenere un’organizzazione che dall’esterno appare normale sono esperienze che diverse donne adulte descrivono quando ripercorrono la propria infanzia.

Naturalmente ogni storia è diversa e non è possibile generalizzare (e non bisogna farlo). Ma questi racconti hanno contribuito a mettere in discussione un’idea piuttosto radicata: quella secondo cui le difficoltà si manifestano sempre in maniera evidente.

Il peso delle aspettative culturali

Parlare di ADHD nelle bambine significa inevitabilmente parlare anche di cultura.

Non perché tutte le bambine crescano nello stesso modo o perché esista un modello unico di femminilità, ma perché sarebbe difficile negare che esistano ancora aspettative differenti nei confronti delle bambine e dei bambini.

Essere collaborative, responsabili, mature, tranquille e capaci di adattarsi viene spesso considerato un elemento positivo. E naturalmente queste caratteristiche possono rappresentare delle risorse. Il problema nasce quando il fatto di non creare problemi diventa l’unico criterio attraverso cui si misura il benessere di una bambina.

Una bambina che appare tranquilla non è necessariamente una bambina che sta bene.

Allo stesso modo, una bambina che riesce ad adattarsi non è necessariamente una bambina che non sta facendo fatica.

Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione verso il cosiddetto masking, cioè quell’insieme di strategie attraverso cui una persona cerca, spesso inconsapevolmente, di adattarsi alle aspettative dell’ambiente circostante. Non si tratta di una caratteristica esclusiva dell’ADHD e non riguarda soltanto le bambine, ma molte donne adulte raccontano di aver trascorso anni a cercare di compensare difficoltà che nessuno sembrava notare.

Il problema non è soltanto la diagnosi

Quando si affronta questo tema, il rischio è pensare che tutto ruoti intorno alla diagnosi. In realtà, forse la questione più importante riguarda altro.

Che cosa succede quando una persona cresce pensando di essere pigra, disordinata, svogliata o incapace? Che effetto può avere trascorrere anni interpretando alcune difficoltà come difetti del carattere?

Non tutte le donne che ricevono una diagnosi raccontano la stessa esperienza e non tutte vivono il proprio percorso allo stesso modo. Tuttavia, molte descrivono un senso di sollievo legato non tanto all’avere finalmente un’etichetta, quanto al poter guardare alcuni aspetti della propria storia con una prospettiva diversa.

Questo non significa attribuire ogni sofferenza all’ADHD o ridurre la complessità di una persona a una diagnosi. Significa, piuttosto, riconoscere che alcune difficoltà possono essere state interpretate per anni in modi che forse non erano gli unici possibili.

Perché oggi se ne parla di più?

Di fronte all’aumento delle diagnosi nelle donne adulte, qualcuno parla di moda o di eccessiva medicalizzazione. Altre persone, invece, ritengono che ciò che stiamo osservando sia soprattutto un ampliamento dello sguardo.

Per molto tempo l’ADHD è stato raccontato quasi esclusivamente attraverso esperienze maschili. Oggi la ricerca sta cercando di comprendere meglio anche le manifestazioni meno evidenti e questo sta portando a interrogarsi su quante bambine e ragazze possano essere rimaste ai margini di questa narrazione.

Parlare di ADHD nelle bambine non significa cercare diagnosi ovunque, né trasformare ogni difficoltà in una patologia. Significa, forse, porsi una domanda più ampia.

Quante volte abbiamo confuso la capacità di adattarsi con il benessere?

E quante volte abbiamo pensato che una bambina che non crea problemi non abbia bisogno di essere ascoltata?

Perché, a volte, ciò che passa inosservato non è necessariamente ciò che fa meno male. E comprendere questo non riguarda soltanto l’ADHD. Riguarda il modo in cui scegliamo di guardare l’infanzia e le storie delle persone che la attraversano.

Chiara Editrice è uno spazio di divulgazione e riflessione culturale. Gli articoli pubblicati hanno finalità informative e non sostituiscono il confronto con professioniste e professionisti qualificati.