Quando parliamo di identità di genere in età evolutiva, ci muoviamo in un terreno minato da paure, stereotipi e ignoranza. Moltissime persone adulte — anche le più amorevoli e attente — cadono nella trappola di credere che affrontare certi temi significhi “confondere” o addirittura “indurre” le più giovani e i più giovani a essere qualcosa che non sono. La realtà, però, è ben diversa.
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Cos’è l’identità di genere?
L’identità di genere è la percezione profonda e intima che ognunə ha di sé come appartenente a un genere, che può coincidere o meno con quello assegnato alla nascita. Tutte e tutti abbiamo un’identità di genere: non riguarda solo le persone trans, non binarie o gender fluid. Anche chi si riconosce nel genere assegnato alla nascita ha un’identità, sebbene la società la consideri “la norma” e quindi la renda invisibile.
Non si tratta di un “capriccio”, di una “fase” o di una moda. La comunità scientifica internazionale è chiara: l’identità di genere emerge precocemente, spesso già tra i 2 e i 5 anni, e può consolidarsi o modificarsi nel tempo. È un’esperienza soggettiva e reale, che merita rispetto e ascolto.
Cosa dice la scienza?
Numerosi studi in ambito psicologico, neurobiologico e sociologico confermano che il genere non è un costrutto rigido, bensì un sistema fluido e variegato. L’American Psychological Association, per esempio, sottolinea come sostenere le soggettività trans e non binarie fin dall’infanzia favorisca benessere psico-emotivo, riducendo il rischio di depressione, isolamento e autolesionismo.
A fronte di questi dati, le principali linee guida internazionali raccomandano un approccio di ascolto attivo, validazione e supporto. Il contrario, ovvero l’invisibilizzazione o la repressione dell’identità di genere, è ciò che crea danno. Non viceversa.
I pregiudizi: dove nascono?
Il pregiudizio verso le soggettività LGBTQIA+ nasce dalla paura dell’alterità. Dalla convinzione radicata che esista un solo modo giusto di crescere, vivere, amare. Si nutre del bisogno sociale di categorizzare, controllare, normare. Le figure adulte spesso proiettano sulle bambine e sui bambini i propri non-detti, le paure, le rigidità. Così si arriva a frasi come: “Ma è troppo piccolə per sapere queste cose”, “Aspettiamo che cresca”, oppure “Lo fa per attirare l’attenzione”.
Dietro questi discorsi non c’è prudenza, ma resistenza culturale. Non c’è protezione, ma negazione.
Parlarne è urgente
Affrontare il tema dell’identità di genere sin dall’infanzia è un atto di giustizia. Significa creare uno spazio di libertà, dove ogni persona possa esplorare chi è, senza sentirsi sbagliata. Significa anche smontare l’idea, ancora dura a morire, che il genere sia determinato dai genitali alla nascita. Significa, infine, offrire un linguaggio che non sia un’arma, ma una carezza. Perché il modo in cui nominiamo la realtà influenza il modo in cui la viviamo.
Scuole, famiglie, persone adulte: serve un cambio di paradigma
Spesso si delega alla scuola il compito di “educare al rispetto delle differenze”, ma senza fornire strumenti né formazione specifica. Ancora più frequentemente, ci si aspetta che siano le famiglie a educare, senza considerare che molte famiglie si muovono in un vuoto culturale, emotivo e informativo.
Serve una comunità educante consapevole. Che si prenda cura. Che studi, si aggiorni, si metta in discussione. Che smetta di chiedere alle nuove generazioni di farsi piccole per non dare fastidio.
E chi ha paura?
È legittimo avere paura. Ma non è legittimo, per questa paura, negare il diritto all’espressione identitaria. Il disagio non nasce dal non riconoscersi nel proprio corpo: nasce dalla società che giudica, che rifiuta, che pretende l’omologazione. È lo sguardo delle persone adulte che crea il trauma, non l’identità in sé. La paura può diventare alleata se si trasforma in domande, se si apre all’ascolto. Può diventare nemica se diventa imposizione.
Gli strumenti ci sono
Esistono manuali, linee guida, associazioni, centri ascolto, psicologhe e psicologi formati, testimonianze dirette. Il punto è: vogliamo davvero ascoltare? Vogliamo fare spazio a narrazioni che non siano rassicuranti, ma autentiche? Vogliamo crescere generazioni che non si vergognino di essere ciò che sono o preferiamo continuare a educare al silenzio e all’adattamento?
Non c’è niente di più pericoloso che dire “ci penserà la vita a insegnarglielo”. La vita insegna, sì, ma spesso lo fa con ferocia e chi cresce senza essere riconosciutə si trascina ferite che restano invisibili agli occhi di chi non vuole vedere.
Parlare di questi temi non confonde nessuna e nessuno. Illumina solo chi ha il coraggio di guardare.


