Una bambina mangia un gelato. Un bambino corre in costume sulla spiaggia. Una fotografia viene scattata durante una recita, una gara sportiva o una festa di compleanno. Sono immagini quotidiane, spesso condivise per affetto, orgoglio o per conservare un ricordo.
Eppure, nel momento in cui una fotografia entra nell’ambiente digitale, può smettere di appartenere alla famiglia e, soprattutto, alla bambina o al bambino che ritrae. Può essere salvata, copiata, inoltrata, associata ad altre informazioni, trasferita fuori dal contesto originario o manipolata attraverso l’intelligenza artificiale.
Questo non significa che ogni foto pubblicata sui social finirà in circuiti criminali. Affermarlo sarebbe allarmistico e scorretto. Significa, però, riconoscere qualcosa che molte persone adulte continuano a sottovalutare: dopo la condivisione non possiamo più sapere con certezza chi guarderà un’immagine, dove verrà conservata e che cosa potrà farne.
Il problema non riguarda soltanto genitrici e genitori che pubblicano continuamente sui social. Riguarda familiari, nonne e nonni, scuole, associazioni, centri estivi, società sportive, parrocchie, influencer e chiunque contribuisca a costruire l’identità digitale di una persona minorenne prima che possa scegliere autonomamente.

Foto di bambine e bambini online: il rischio non comincia da un’immagine intima
Quando si parla di fotografie di minori, molte persone pensano che basti non pubblicare immagini di nudo per evitare qualsiasi problema. È una precauzione indispensabile, ma non è sufficiente.
Anche una normale fotografia del volto può essere sottratta o manipolata. Un’immagine apparentemente innocua può inoltre rivelare molto più di ciò che vediamo: il nome della scuola su una divisa, l’insegna di uno stabilimento balneare, una targa, un indirizzo, il giorno in cui si frequenta una determinata palestra, il parco abituale o il luogo in cui la famiglia trascorre le vacanze.
Una singola informazione può sembrare irrilevante. Il rischio cresce quando più elementi vengono combinati. Nome, volto, data di nascita, scuola, quartiere e abitudini familiari possono permettere di ricostruire una parte consistente della vita di una bambina o di un bambino.
Il Garante per la protezione dei dati personali richiama l’attenzione sui rischi dello sharenting per l’identità digitale dei minori e per la formazione della loro personalità. Segnala inoltre che le immagini pubblicate possono essere riutilizzate da terze persone per finalità improprie o illecite.
Non si tratta soltanto di impedire lo scenario peggiore. Si tratta di domandarsi perché il desiderio adulto di mostrare una bambina o un bambino debba prevalere automaticamente sul suo diritto a non essere esposto.
Sharenting: quando il ricordo familiare diventa una biografia pubblica
La condivisione abituale di immagini e informazioni riguardanti figlie e figli viene definita sharenting, termine nato dall’unione delle parole inglesi sharing, condividere, e parenting, essere genitori.
Condividere una fotografia non è necessariamente un gesto irresponsabile. Molte persone lo fanno per mantenere i rapporti con familiari lontani, raccontare un momento felice o conservare una memoria collettiva.
Il problema nasce quando la pubblicazione diventa automatica, continua e indipendente dal contenuto. Ecografie, nascita, bagnetto, primi giorni di scuola, malattie, paure, difficoltà, risultati scolastici e momenti imbarazzanti finiscono per comporre una biografia digitale che la bambina o il bambino non ha scelto.
Ci sono contenuti che le persone adulte considerano teneri e che, alcuni anni dopo, possono diventare fonte di disagio o umiliazione. Una fotografia non deve necessariamente essere sottratta da una persona criminale per provocare un danno. Può bastare che venga vista dalle compagne e dai compagni di scuola, trasformata in un meme o utilizzata per deridere una persona durante l’adolescenza.
Il Garante ha sintetizzato il problema con un’espressione molto chiara: la privacy di una persona minorenne vale più di un like.
La domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto: “Questa fotografia è pericolosa?”. Dovrebbe essere anche:
“Ho il diritto di rendere pubblica questa parte della vita di mia figlia o di mio figlio?”.
Quando il bisogno adulto di approvazione prevale sulla tutela dei minori
La pubblicazione delle immagini non nasce sempre soltanto dal desiderio di condividere un ricordo. In alcuni casi risponde anche a bisogni irrisolti: ricevere approvazione, mostrare una famiglia felice, sentirsi riconosciute o riconosciuti nel proprio ruolo, ottenere attenzione o costruire una determinata immagine pubblica di sé.
La fotografia di una bambina o di un bambino può diventare così uno strumento attraverso il quale la persona adulta cerca conferme: i complimenti sulla sua bellezza, i commenti sulla famiglia, le reazioni ricevute, la sensazione di essere vista e apprezzata.
Quando questo bisogno non viene riconosciuto, il minore rischia di smettere di essere un soggetto da proteggere e di diventare, anche inconsapevolmente, un mezzo attraverso il quale ottenere visibilità.
La dinamica diventa ancora più evidente quando la vita familiare viene trasformata sistematicamente in un racconto pubblico. Il pianto, la malattia, una difficoltà scolastica, una scena imbarazzante o un momento intimo possono essere pubblicati perché suscitano partecipazione, aumentano le visualizzazioni o rafforzano l’immagine di una persona adulta affettuosa, divertente, sacrificata o perfetta.
Questo non significa che ogni genitrice o genitore che pubblica una foto stia usando la propria figlia o il proprio figlio. Significa riconoscere una gerarchia di responsabilità: il bisogno adulto di essere visto non può venire prima del diritto di una bambina o di un bambino a scegliere come essere visto.
La ricerca di approvazione può influire anche sulla percezione del pericolo. Quando una fotografia porta gratificazione, diventa più facile minimizzare i rischi, convincersi che il proprio pubblico sia interamente affidabile o considerare ogni limite come un’esagerazione.
Prima di pubblicare potrebbe essere utile fermarsi e domandarsi:
“Sto condividendo questa fotografia perché è importante per mia figlia o mio figlio, oppure perché ho bisogno che le altre persone vedano qualcosa di me?”.
È una domanda scomoda, ma necessaria. Le bambine e i bambini non dovrebbero pagare con la propria intimità il prezzo della visibilità delle persone adulte.
Quando un gesto infantile viene sessualizzato dallo sguardo adulto
Esiste un aspetto particolarmente difficile da accettare: alcune persone adulte sessualizzano gesti o parti del corpo che, per una famiglia e per la persona minorenne, non hanno alcun significato erotico.
I commenti lasciati sotto fotografie e video di bambine e bambini possono concentrarsi su parti del corpo, come i piedi, oppure su gesti quotidiani, come mangiare un gelato. Possono comparire allusioni, richieste insistenti, frasi esplicite o sequenze di emoji apparentemente incomprensibili.
Non possiamo stabilire attraverso un commento se una persona abbia una diagnosi di pedofilia, né utilizzare il termine come etichetta generica. Possiamo però riconoscere con chiarezza un comportamento sessualizzante rivolto a una persona minorenne e trattarlo come un segnale da non minimizzare.
Il problema non è il gelato, non sono i piedi e non è il comportamento della bambina o del bambino. Il problema è lo sguardo adulto che attribuisce un significato sessuale a un gesto infantile.
È importante precisarlo perché la risposta non può consistere nell’insegnare ai minori che il loro corpo è pericoloso o nell’impedire loro di vivere liberamente. Sarebbe un’altra forma di colpevolizzazione e controllo.
Dobbiamo invece comprendere che l’innocenza di un’immagine non garantisce l’innocenza di chi la guarda.
Per questa ragione non possiamo valutare una fotografia soltanto attraverso il nostro sguardo affettivo. Un’immagine che per noi rappresenta un momento tenero può essere osservata, salvata, catalogata o decontestualizzata da una persona che la guarda in modo completamente diverso.
Se sotto un contenuto compaiono commenti sessualizzanti o richieste sospette, occorre bloccare e segnalare gli account, limitare immediatamente la visibilità del contenuto e valutare se rimuoverlo. Se i commenti contengono richieste di immagini o fanno pensare a condotte criminali, è opportuno conservare gli elementi utili alla segnalazione e rivolgersi alla Polizia Postale, senza far circolare ulteriormente il materiale.
Il rischio non dipende soltanto dalle fotografie pubblicate dalla famiglia
Non tutte le immagini entrano online perché una persona adulta responsabile del minore ha deciso di condividerle.
Una fotografia può essere scattata senza consenso in una spiaggia, in un parco, durante una manifestazione pubblica o in qualsiasi altro luogo frequentato da bambine e bambini. Uno smartphone permette di realizzare numerose immagini rapidamente e senza attirare particolare attenzione.
Questo non significa che chiunque utilizzi un telefono in presenza di minori stia fotografando proprio loro, né che ogni immagine scattata senza consenso venga impiegata per scopi sessuali. Significa riconoscere che la perdita di controllo sull’immagine può avvenire anche senza una pubblicazione da parte della famiglia.
Il rapporto 2026 dell’Internet Watch Foundation riferisce inoltre che, negli ambienti online frequentati da autori di reati sessuali contro minori, sono state osservate discussioni sull’impiego di telecamere nascoste per ottenere filmati di persone minorenni reali e manipolarli successivamente con strumenti di intelligenza artificiale.
È un’informazione grave, ma deve essere letta correttamente: non dimostra che questa pratica riguardi normalmente le fotografie familiari né che sia diffusa in ogni contesto. Mostra però come lo sviluppo tecnologico stia moltiplicando le possibilità di sottrarre, trasformare e riutilizzare immagini reali.
Intelligenza artificiale: ciò che non abbiamo pubblicato può essere fabbricato
L’intelligenza artificiale generativa ha cambiato radicalmente la natura del rischio. Oggi non è indispensabile possedere una fotografia intima per produrre un’immagine sessualizzata.
Alcuni strumenti possono ricostruire corpi, sostituire volti, simulare nudità, modificare gli abiti o produrre video nei quali una persona sembra compiere azioni mai avvenute. Si parla spesso di deepfake e di strumenti di nudification, capaci di creare false immagini di nudo o seminudo partendo da normali fotografie.
Un ritratto, una fotografia di classe, un’immagine pubblicata sul sito di una scuola o una scena familiare possono quindi diventare il punto di partenza per la produzione di contenuti completamente diversi. La guida pubblicata nel luglio 2026 dall’Internet Watch Foundation e dalla National Crime Agency conferma che possono essere manipolate immagini sottratte ai social, ai siti web e alle applicazioni di messaggistica.
Il punto fondamentale è che la falsità dell’immagine non rende falso il danno. Quando il volto o l’identità riconoscibile appartengono a una bambina, a un bambino o a una persona adolescente reale, quella persona può subire vergogna, paura, ricatto, bullismo e una nuova forma di vittimizzazione.
Secondo l’Internet Watch Foundation, nel 2025 sono stati valutati come realistici e riconducibili ad abuso sessuale su minori 8.029 immagini e video generati con l’intelligenza artificiale. Nello stesso anno l’organizzazione ha individuato 3.443 video generati con l’IA, contro i 13 rilevati nel 2024.
Questi dati non dimostrano che tutti i contenuti siano stati creati a partire da fotografie familiari sottratte ai social. L’intelligenza artificiale può generare anche figure completamente sintetiche. Dimostrano però la rapidità con cui la tecnologia è stata incorporata nelle pratiche di abuso e la sua capacità di produrre materiale sempre più realistico.
Per questo non basta più dire: “Non pubblico fotografie compromettenti”.
Nell’ambiente digitale contemporaneo, ciò che è compromettente può essere fabbricato.
In ambito internazionale si preferisce parlare di materiale di abuso sessuale su minori, perché questa espressione mette al centro la violenza rappresentata ed evita di descrivere come pornografia un contenuto che coinvolge persone che non possono prestare un consenso valido. Nei testi normativi e istituzionali italiani rimane comunque diffusa anche l’espressione “materiale pedopornografico”.
Pedofilia e materiale di abuso sessuale su minori, inoltre, non sono sinonimi. La prima indica un interesse sessuale persistente verso persone in età prepuberale; il secondo descrive materiale che rappresenta, documenta o simula un abuso. Confondere i due concetti rende meno preciso il modo in cui raccontiamo e riconosciamo il fenomeno.
Che cosa rivelano i metadati di una fotografia
Una fotografia digitale può contenere informazioni tecniche chiamate metadati EXIF. A seconda del dispositivo e delle impostazioni utilizzate, possono comprendere:
- data e ora dello scatto;
- marca e modello del telefono o della fotocamera;
- caratteristiche tecniche dell’immagine;
- coordinate geografiche del luogo in cui è stata realizzata.
Questo non significa che qualsiasi fotografia pubblicata su qualsiasi social riveli automaticamente la posizione esatta. Molte piattaforme eliminano almeno una parte dei metadati dalle copie mostrate online. Sarebbe quindi inesatto affermare che chiunque possa scaricare una foto da Instagram o Facebook e scoprire sempre dove è stata scattata.
Il file originale, però, può conservare queste informazioni quando viene inviato tramite e-mail, chat, collegamenti cloud o servizi che non le eliminano. Apple, per esempio, fornisce indicazioni specifiche per controllare e rimuovere i dati di localizzazione dalle fotografie.
Anche quando le coordinate non sono presenti, rimangono gli indizi visibili: una divisa, il nome di uno stabilimento, un numero civico, un cartello stradale, una targa o il riflesso in uno specchio.
Prima di condividere non basta quindi guardare la persona ritratta. Bisogna osservare con attenzione anche lo sfondo.
Un profilo privato non rende privata una fotografia
Le impostazioni di privacy sono utili e riducono l’esposizione, ma non possono garantire il controllo assoluto.
Chi vede un contenuto può fare uno screenshot, scaricarlo, fotografarlo con un altro dispositivo o inoltrarlo. Una storia destinata a scomparire dopo ventiquattro ore può essere copiata in pochi secondi. Una persona ammessa oggi in un gruppo ristretto potrebbe non essere più affidabile domani.
Anche le chat familiari non sono spazi completamente protetti. Un’immagine inviata a dieci persone esiste ormai su dieci dispositivi differenti, può essere inclusa nei backup automatici e può essere inoltrata per errore o deliberatamente.
Il profilo privato è una barriera utile. Non è una cassaforte.
Inoltrare una fotografia significa modificarne il grado di intimità
La perdita di controllo non comincia necessariamente con un post pubblico. Può cominciare in una chat familiare.
Una fotografia inviata a una nonna può essere inoltrata a una zia, che la manda a un’amica, che la mostra ad altre persone o la conserva su un dispositivo collegato a un sistema automatico di archiviazione. Nel giro di pochi passaggi, un’immagine pensata per una cerchia intima può trovarsi su telefoni e spazi digitali sconosciuti a genitrici e genitori.
Ogni inoltro modifica la natura della fotografia. Non cambia soltanto il numero di persone che possono vederla: cambia il grado di intimità che conserva.
Aver ricevuto un’immagine non significa aver acquisito il diritto di disporne. Anche parenti, amiche e amici dovrebbero chiedere il permesso prima di inoltrare, mostrare o pubblicare la fotografia di una persona minorenne.
L’affetto e la parentela non sostituiscono il consenso.
Quando sono le nonne e i nonni a non rispettare la privacy
Il conflitto diventa particolarmente delicato quando sono le nonne o i nonni a pubblicare e inoltrare fotografie mentre genitrici e genitori desiderano maggiore riservatezza.
Frasi come “La mando soltanto alle mie amiche”, “Il mio profilo è privato”, “Sono la nonna” o “Sono il nonno, posso farlo” non risolvono il problema. Diventare nonna o nonno non attribuisce automaticamente il diritto di disporre dell’identità digitale di una nipote o di un nipote.
Talvolta, dietro l’insistenza nel mostrare le fotografie, non c’è soltanto l’affetto. Può esserci anche il bisogno di ricevere complimenti, esibire il proprio ruolo o sentirsi riconosciute e riconosciuti attraverso la minore o il minore.
Il confine stabilito da genitrici e genitori non rappresenta un’offesa e non misura la quantità di affetto. È una forma di tutela.
Le regole possono essere molto chiare: niente pubblicazione sui social, niente inoltri, niente fotografie intime o in costume, nessuna informazione sulla scuola e sui luoghi frequentati. Se una persona viola ripetutamente queste indicazioni, può diventare necessario non inviarle più fotografie digitali.
Non significa punire le nonne o i nonni. Significa proteggere l’intimità di una bambina o di un bambino quando una persona adulta ha dimostrato di non saperla rispettare.
Foto dei minori sui social e consenso dei genitori
La condivisione delle immagini non è soltanto una questione di sensibilità personale. Esistono anche responsabilità giuridiche.
Nel giugno 2026 il Garante per la privacy ha ribadito che, in Italia, per pubblicare sui social le immagini di minori di quattordici anni è necessario il consenso preventivo di entrambi i genitori. Al compimento dei quattordici anni, la normativa riconosce invece alla persona minorenne la facoltà di decidere autonomamente sulla diffusione online delle proprie immagini.
Questo chiarisce un punto importante: la fotografia di una figlia o di un figlio non appartiene automaticamente alla persona adulta che l’ha scattata o ricevuta. Nemmeno uno dei genitori può comportarsi come se l’altra o l’altro e la persona ritratta non esistessero.
Foto a scuola, nello sport e nei centri estivi
Il consenso alla pubblicazione delle immagini non dovrebbe essere ridotto a un modulo burocratico firmato una volta per tutte.
Prima di autorizzare l’uso delle fotografie, una famiglia dovrebbe sapere:
- dove verranno pubblicate;
- se il profilo o il sito sarà pubblico;
- per quanto tempo resteranno disponibili;
- se potranno essere impiegate per attività promozionali;
- chi conserverà i file originali;
- se potranno essere trasmesse a soggetti esterni;
- come sarà possibile revocare il consenso;
- quali alternative esistono per chi non vuole rendere riconoscibile la propria figlia o il proprio figlio.
Autorizzare una fotografia per documentare internamente un’attività non equivale necessariamente ad autorizzarne la pubblicazione sui social o il suo impiego in una campagna promozionale.
La responsabilità riguarda anche la selezione delle immagini. Pubblicare decine di primi piani riconoscibili sul sito pubblico di una scuola o di una società sportiva non è indispensabile per raccontarne le attività. Si possono utilizzare inquadrature ampie, dettagli delle mani, fotografie di spalle o immagini nelle quali i volti non siano identificabili.
Il fatto che una pratica sia diffusa non significa che sia necessaria.
Chiedere il consenso anche alle bambine e ai bambini
Una bambina molto piccola non può comprendere tutte le conseguenze di una pubblicazione online. Questo non significa che la sua volontà sia irrilevante.
Chiedere “Posso pubblicare questa fotografia?” insegna che il corpo e l’immagine personale non sono proprietà altrui. Accettare un rifiuto insegna che il consenso vale anche quando crea una piccola delusione a una persona adulta.
La domanda deve essere sincera. Non è consenso se al rifiuto seguono insistenza, ironia, ricatto affettivo o frasi come “Ma sei bellissima” e “Non fare storie”.
Come ricorda anche UNICEF nelle indicazioni sullo sharenting, coinvolgere progressivamente figlie e figli nelle decisioni riguardanti la loro immagine contribuisce a tutelarne la privacy e a insegnare concretamente il valore del consenso.
Con la crescita, il coinvolgimento deve diventare sempre più consapevole. Una persona adolescente dovrebbe poter chiedere la rimozione di fotografie pubblicate anni prima senza sentirsi rispondere che quelle immagini appartengono ai ricordi delle genitrici e dei genitori.
Il ricordo può appartenere alla famiglia. L’immagine e la dignità appartengono innanzitutto alla persona ritratta.
Come ridurre i rischi quando si condividono immagini di minori
Non esiste una modalità capace di eliminare completamente ogni rischio. È però possibile ridurlo attraverso alcune scelte concrete:
- evitare fotografie di nudo o seminudo, durante il bagnetto, sul vasino, durante la malattia o in altri momenti vulnerabili;
- prestare particolare attenzione alle immagini in costume e a quelle che mostrano dettagli del corpo;
- non associare volto, nome completo, data di nascita, scuola e luoghi frequentati;
- controllare attentamente lo sfondo;
- evitare la condivisione della posizione in tempo reale;
- verificare ed eventualmente eliminare i metadati di localizzazione;
- limitare il pubblico e controllare periodicamente chi può vedere i contenuti;
- evitare fotografie riconoscibili quando mostrare il volto non è necessario;
- chiedere il consenso in modo adeguato all’età;
- stabilire regole chiare con familiari, amiche e amici;
- precisare che ricevere una fotografia non autorizza a inoltrarla, mostrarla o pubblicarla;
- non inviare altre immagini a chi non rispetta le regole;
- rivedere periodicamente i vecchi contenuti ed eliminare quelli non più necessari.
Coprire il volto con un’emoji può ridurre la riconoscibilità, ma non risolve ogni problema: il corpo, il luogo, gli abiti e le informazioni contenute nella didascalia possono continuare a rendere identificabile la persona.
Che cosa fare se un’immagine viene sottratta o manipolata
Quando si scopre una fotografia rubata, un profilo falso o un’immagine manipolata, è importante non reagire facendo circolare ulteriormente il contenuto per chiedere aiuto.
È utile conservare gli elementi necessari alla segnalazione, come l’indirizzo della pagina, il nome dell’account, la data e l’ora, evitando di scaricare o inoltrare materiale illecito. Si possono utilizzare gli strumenti di segnalazione della piattaforma e rivolgersi alla Polizia Postale. Se esiste un pericolo immediato per una bambina o un bambino, bisogna contattare subito le forze dell’ordine.
Se la persona coinvolta è abbastanza grande da comprendere che cosa è accaduto, la prima responsabilità adulta è liberarla dalla colpa.
Non è colpevole perché si è lasciata fotografare. Non è colpevole perché ha inviato un’immagine a una persona della quale si fidava. Non è colpevole perché qualcuno ha utilizzato il suo volto per produrre un contenuto falso.
La vergogna e la responsabilità appartengono a chi ha sottratto, manipolato o diffuso il materiale.
Proteggere i minori significa mettere in discussione le abitudini adulte
Per anni abbiamo insegnato alle bambine e ai bambini a non parlare con persone sconosciute, a non condividere informazioni personali e a prestare attenzione a ciò che pubblicano.
Intanto, spesso, siamo state e stati proprio noi a mettere online il loro nome, il volto, la scuola, le emozioni, le fragilità e i luoghi della loro quotidianità.
La risposta non può essere il panico e neppure la promessa impossibile di eliminare ogni rischio. Deve essere una cultura adulta più consapevole, capace di distinguere il desiderio di custodire un ricordo dal bisogno di esporlo.
Prima di condividere una fotografia dovremmo domandarci non soltanto se ci piace, ma se sia necessario pubblicarla. Non soltanto chi vorremmo che la vedesse, ma chi potrebbe vederla. Non soltanto che cosa rappresenta oggi, ma che cosa potrebbe significare domani per la persona ritratta.
Soprattutto, dovremmo avere il coraggio di chiederci quale bisogno stiamo soddisfacendo e chi ne sta sostenendo il costo.
Le bambine e i bambini non sono contenuti. Non sono strumenti attraverso i quali ottenere approvazione e non sono l’estensione digitale dell’identità delle persone adulte. La loro intimità vale più dei nostri complimenti, delle nostre visualizzazioni e del nostro bisogno di apparire.


