Essere nonna o nonno non è una liberatoria.
Quando nonne e nonni pubblicano foto di nipoti online, il gesto viene quasi sempre raccontato come una manifestazione d’affetto. Ma l’affetto non attribuisce il diritto di pubblicare una fotografia, inoltrarla alle proprie conoscenze o trasformarla nello stato di WhatsApp della settimana.
Eppure basta che genitrici e genitori chiedano di non pubblicare le fotografie di una figlia o di un figlio perché, in alcune famiglie, inizi una discussione.
“È soltanto una foto.”
“Sono sua nonna.”
“Non ti fidi di me.”
“Lo faccio perché gli voglio bene.”
La discussione sembra riguardare un’immagine, ma riguarda soprattutto chi abbia il diritto di decidere. Riguarda una generazione abituata a esercitare autorità che deve accettare di non essere più al centro delle decisioni. Riguarda l’idea, ancora profondamente radicata, che bambine e bambini appartengano alla famiglia e che la famiglia, proprio perché li ama, possa mostrarli e raccontarli.
Il punto non è stabilire se nonne e nonni provino un sentimento autentico. Il punto è più scomodo:
da quando l’amore attribuisce un diritto sul corpo e sull’immagine di un’altra persona?

La fotografia non mostra soltanto la bambina o il bambino.
Una fotografia familiare conserva una memoria, costruisce un racconto e rende visibile un’appartenenza.
Mostrare una nipote o un nipote significa anche parlare di sé: sono diventata nonna, sono diventato nonno, questa bambina continua la nostra storia, questo bambino rende visibile il mio posto nella famiglia.
Uno studio qualitativo condotto nelle Fiandre attraverso 17 interviste a nonne e nonni utenti di Facebook, tra i 52 e gli 83 anni, ha individuato sei motivazioni ricorrenti dietro il grandsharenting: informare altre persone sulla crescita, interagire con altre nonne e altri nonni, offrire consigli, confermare il proprio ruolo, mostrare orgoglio e felicità e conservare ricordi. Studio pubblicato sul Journal of Children and Media.
Questa spiegazione aiuta a comprendere il comportamento. Non lo giustifica.
La fotografia di una bambina o di un bambino non viene semplicemente mostrata: entra in un ambiente nel quale l’attenzione viene misurata e trasformata in valore. Commenti, cuori e visualizzazioni confermano non soltanto la bellezza della persona ritratta, ma anche l’identità di chi pubblica.
“Che bella nipote.”
“Come è cresciuto.”
“Sei una nonna fortunata.”
Il complimento riguarda la persona minorenne, ma gratifica anche chi ha scelto di mostrarla. La nipote o il nipote diventa una risorsa narrativa ed emotiva attraverso la quale la persona adulta racconta se stessa.
È qui che l’orgoglio può trasformarsi in appropriazione.
“È mia nipote” non significa “la sua immagine è mia”
Nel linguaggio affettivo diciamo continuamente “mia figlia”, “mio nipote”, “nostra nipote”. Sono espressioni che descrivono un legame. Non dovrebbero indicare una proprietà.
Quando una nonna risponde “è mia nipote” a chi le chiede di cancellare una fotografia, però, il possessivo cambia funzione. Non racconta più una relazione: rivendica una facoltà di decisione.
La vicinanza emotiva diventa un lasciapassare.
Questa dinamica è frequente nelle famiglie in cui l’amore viene confuso con la disponibilità: se siamo una famiglia non dovrebbero esistere segreti; se ti voglio bene devo poter entrare; se sono sua nonna non puoi dirmi che cosa fare.
Ma un legame senza confini non è necessariamente più profondo. Può essere semplicemente un rapporto nel quale la soggettività di alcune persone conta meno dell’unità familiare.
L’affetto descrive il legame. Non autorizza l’accesso illimitato.
La nascita ridistribuisce il potere familiare
Quando nasce una bambina o un bambino cambia l’intera architettura della famiglia.
Chi era figlia diventa madre. Chi era figlio diventa padre. Le persone che prima stabilivano le regole diventano nonne e nonni. La generazione cresciuta deve assumersi la responsabilità delle decisioni; quella precedente deve accettare di non avere più l’ultima parola.
Non tutte le famiglie attraversano serenamente questo passaggio.
Quando una nonna pubblica una fotografia dopo che le è stato chiesto di non farlo, non sta soltanto commettendo un errore digitale. Sta comunicando: non riconosco completamente che questa decisione spetti a te.
La figlia adulta torna così a essere la ragazzina che esagera. Il figlio adulto viene descritto come una persona manipolata dalla compagna. La nuora diventa quella che allontana la famiglia.
Il conflitto digitale riattiva gerarchie antiche.
Anche la frase “l’ho fatto con affetto” può diventare un modo per evitare la responsabilità. L’intenzione positiva non annulla l’effetto del comportamento e, soprattutto, non autorizza a ripeterlo dopo che il limite è stato comunicato.
La prima pubblicazione può nascere da una differenza di sensibilità. La seconda, dopo una richiesta esplicita, è una scelta.
La questione non è stabilire se una persona sia una buona nonna. È capire se sappia rispettare un no.
Le chat familiari non sono il salotto di casa
Inserire una fotografia su Facebook viene riconosciuto come un atto pubblico. Inviarla in un gruppo WhatsApp, mostrarla attraverso uno stato o girarla alle proprie conoscenze viene invece descritta come una condivisione privata.
“Non l’ho messa su Internet.”
Ma WhatsApp è Internet.
Una chat può avere un pubblico più ristretto di un profilo social aperto, ma non è la continuazione digitale del salotto di casa. Ogni persona che riceve una fotografia può conservarla, acquisirla e inoltrarla.
Soprattutto, chi invia un’immagine a una nonna non la sta necessariamente affidando anche alle sorelle della nonna, alle colleghe, alle vicine di casa e a tutte le persone presenti nella sua rubrica.
In un’intervista pubblicata sul sito del Garante per la protezione dei dati personali, il componente dell’Autorità Ghiglia ha ricordato che ciò che viene condiviso nelle chat può sfuggire al controllo di chi lo ha inviato.
Dire “l’ho mandata soltanto alle mie amiche” non è quindi una difesa. È la descrizione esatta del problema: una fotografia ricevuta in un rapporto di fiducia è stata distribuita a un pubblico ulteriore senza autorizzazione.
Tutte le persone adulte discutono, il bambino scompare
Da una parte, genitrici e genitori rivendicano il diritto di stabilire le regole. Dall’altra, nonne e nonni rivendicano l’importanza del proprio ruolo. La persona minorenne rimane sullo sfondo, benché sia l’unica il cui volto stia effettivamente circolando.
Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha chiarito che i diritti delle bambine e dei bambini devono essere rispettati anche nell’ambiente digitale, compreso il diritto alla vita privata, e che le loro opinioni devono ricevere un peso crescente in base all’età e alla maturità. Commento generale n. 25 sui diritti dell’infanzia nell’ambiente digitale.
Il diritto all’intimità non nasce con l’adolescenza o con l’apertura del primo profilo social. Esiste prima.
Chiedere a una bambina o a un bambino se desidera che una fotografia venga mostrata significa insegnare che il suo volto, il suo corpo e i suoi momenti personali non sono materiale familiare liberamente utilizzabile o uno spazio pubblico.
Quando l’età non consente di esprimere una volontà consapevole, l’impossibilità di chiedere non costituisce un’autorizzazione. Richiede una protezione maggiore.
La tutela dell’immagine non è un capriccio
In Italia l’immagine di una persona minorenne riceve una tutela rafforzata. In un provvedimento del novembre 2024, il Garante Privacy ha dichiarato illecita la pubblicazione su Facebook della fotografia riconoscibile di un figlio infraquattordicenne, avvenuta senza il consenso dell’altro genitore, e ha vietato ulteriori utilizzi in assenza del consenso di entrambi.
I singoli casi possono avere caratteristiche differenti e non ogni contrasto familiare produce automaticamente le stesse conseguenze giuridiche. Il principio culturale, però, è chiaro: dentro una famiglia non tutto è permesso.
Il legame di parentela non sospende il diritto alla riservatezza.
“Ma anche voi pubblicate”
Se madri e padri pubblicano continuamente fotografie della figlia o del figlio, ma vietano a nonne e nonni di farlo, può nascere l’obiezione sull’incoerenza.
Possono esistere differenze tra scegliere un’immagine, limitarne il pubblico e lasciare che fotografie inviate privatamente circolino su account altrui. Tuttavia, la responsabilità genitoriale non dovrebbe diventare la formula: “Possiamo esporla soltanto noi perché è nostra figlia”.
Genitrici e genitori hanno un dovere di protezione, non la proprietà esclusiva della narrazione digitale di una persona minorenne.
Nonne e nonni devono rispettare le indicazioni ricevute. Genitrici e genitori, però, devono sottoporre le proprie abitudini allo stesso principio che invocano: la fotografia appartiene prima di tutto alla persona rappresentata.
Un no non è l’inizio di una trattativa
Un’immagine ricevuta privatamente non dovrebbe essere inoltrata. Una fotografia non dovrebbe comparire sui social o negli stati di WhatsApp senza autorizzazione. Il consenso dato per una foto non vale per tutte quelle successive. Quando viene chiesta la rimozione, l’immagine deve essere eliminata prima di discutere.
Non occorre condividere la regola. Occorre rispettarla.
Frasi come “allora non mi mandate più niente”, “non vi fidate di me” trasformano la relazione con la persona minorenne in uno strumento di pressione oltre che immaturità emotiva.
In questi casi interrompere l’invio delle fotografie non è una punizione. È la conseguenza della fiducia tradita.
Le bambine e i bambini non sono beni comuni della famiglia
Stiamo passando, lentamente e con molte resistenze, da una concezione nella quale la bambina e il bambino appartengono alla famiglia a una nella quale sono persone inserite in una famiglia: persone dotate di dignità, intimità e diritti che le adulte e gli adulti devono proteggere, non amministrare per i propri bisogni.
Una fotografia può sembrare insignificante rispetto alla grandezza di un legame. Proprio per questo rispettare una richiesta dovrebbe essere semplice.
Se scatena una guerra, il problema non è la fotografia.
Il problema è l’idea che amare significhi avere accesso. Che appartenere alla famiglia significhi essere disponibili. Che porre un confine sia un’offesa. Che una bambina o un bambino possa diventare il territorio sul quale le persone adulte misurano il proprio potere.
Essere nonna o nonno non attribuisce il diritto di mostrare una nipote o un nipote. La forma più matura dell’amore non è dire “è parte di me” ma riconoscere che quella bambina, quel bambino, è prima di tutto una persona a cui dobbiamo protezione e rispetto.


