Cultura psicologica

L’affetto non si deve meritare: perché questa idea continua a influenzare il modo in cui cresciamo

“Con questo comportamento la mamma si arrabbia.”

“Se continui così, non ti parlo più.”

Molte persone ricordano di aver sentito frasi simili durante l’infanzia. Altre si rendono conto di averle pronunciate almeno una volta con le proprie figlie o i propri figli, magari in un momento di stanchezza o di esasperazione. Sono espressioni così comuni da passare quasi inosservate. Fanno parte di un linguaggio educativo tramandato per generazioni, spesso senza cattive intenzioni e, proprio per questo, raramente messo in discussione.

Eppure vale la pena fermarsi su una domanda.

Che cosa succede quando una bambina o un bambino iniziano a percepire l’affetto come qualcosa che può essere guadagnato, perso o riconquistato in base al proprio comportamento?

La domanda è delicata e richiede una premessa importante.

Non si tratta di sostenere che una singola frase pronunciata in un momento difficile possa compromettere una relazione. Le relazioni umane sono molto più complesse e nessuna famiglia può essere ridotta a un episodio isolato. Chi cresce una bambina o un bambino sbaglia, perde la pazienza, dice parole che avrebbe preferito non dire. Fa parte della realtà quotidiana.

Il punto, quindi, non è giudicare le persone.

Il punto è osservare una convinzione culturale che attraversa ancora oggi il nostro modo di intendere l’educazione.

L’idea che l’affetto possa essere utilizzato anche come strumento educativo.

Quando il comportamento e il legame diventano la stessa cosa

Educare significa anche porre limiti.

Significa dire di no quando è necessario, interrompere un comportamento pericoloso, aiutare una bambina o un bambino a comprendere che ogni azione ha delle conseguenze. Nessuna relazione educativa può esistere senza confini.

Il problema nasce quando, senza rendercene conto, il limite smette di riguardare il comportamento e inizia a coinvolgere il legame.

Dire:

“Quello che hai fatto non va bene.”

non comunica la stessa cosa di:

“Così non ti voglio più bene.”

Nel primo caso viene messo in discussione un comportamento specifico.

Nel secondo, almeno dal punto di vista di chi ascolta, può diventare meno chiaro se ciò che è in discussione sia l’azione oppure la relazione stessa.

Per una persona adulta questa distinzione può sembrare evidente (non sempre in realtà perché questi meccanismi si portano avanti anche in età avanzata).

Per una bambina o un bambino molto piccoli non lo è necessariamente.

Nei primi anni di vita il rapporto con le figure di riferimento rappresenta uno dei principali strumenti attraverso cui si costruiscono sicurezza, fiducia e comprensione del mondo. È anche per questo che il modo in cui viene comunicato un limite assume un’importanza particolare.

L’affetto e l’approvazione non sono la stessa cosa

Forse uno degli equivoci più diffusi riguarda proprio questa distinzione.

L’approvazione riguarda ciò che facciamo. L’affetto riguarda la relazione. Una bambina può rompere una regola. Un bambino può avere una reazione aggressiva. Possono mentire, rispondere male o fare qualcosa che richiede un intervento deciso da parte delle persone adulte.

Tutto questo può essere elaborato insieme.

Ciò che cambia è il messaggio che accompagna quella “correzione” (parola molto brutta, lo ammetto).

Una cosa è far capire che un comportamento non è accettabile.

Un’altra è far percepire che anche il legame diventi incerto ogni volta che quel comportamento delude le aspettative.

Questa differenza non elimina il conflitto. Non significa crescere bambine e bambini senza regole. Significa distinguere tra la responsabilità di ciò che si fa e il valore della relazione.

Perché questa idea è così diffusa?

Se oggi molte persone utilizzano espressioni che collegano l’affetto al comportamento, non è perché siano necessariamente convinte che l’amore debba essere condizionato.

Molto più spesso accade il contrario.

Quelle frasi vengono ripetute perché sono state considerate normali.

Per lungo tempo l’educazione è stata costruita soprattutto intorno all’obbedienza. Essere una “brava bambina” o un “bravo bambino” significava rispettare le regole, ascoltare le persone adulte, non contraddirle e adattarsi il più possibile alle aspettative familiari e sociali.

In questo contesto anche l’affetto ha finito, talvolta, per assumere una funzione educativa. Non tanto come sentimento, quanto come ricompensa. Se il comportamento era considerato adeguato, arrivavano complimenti, vicinanza e approvazione.

Quando invece il comportamento deludeva le aspettative, potevano comparire distanza emotiva, silenzio o frasi che lasciavano intendere che l’amore stesso fosse stato, almeno temporaneamente, messo in discussione.

Molte persone non hanno scelto consapevolmente questo modello. Lo hanno semplicemente imparato. Ed è proprio questo che rende il fenomeno interessante dal punto di vista culturale. Le idee più difficili da riconoscere non sono quelle eccezionali.

Sono quelle che, proprio perché condivise da molte generazioni, finiscono per sembrare naturali.

Il problema non è una frase. È il significato che assume nel tempo.

Sarebbe rassicurante pensare che esistano parole giuste e parole sbagliate. La realtà delle relazioni, però, è molto più complessa.

Una frase pronunciata in un momento di stanchezza non definisce, da sola, il rapporto tra una bambina o un bambino e le persone che se ne prendono cura. Le relazioni non si costruiscono in un giorno e, allo stesso modo, non si rompono per un episodio isolato.

Per questo sarebbe poco corretto trasformare ogni errore educativo in una previsione sul futuro.

Ciò che può fare la differenza è il significato che alcuni messaggi assumono quando vengono ripetuti nel tempo.

Negli ultimi anni la ricerca ha dedicato attenzione a un fenomeno definito considerazione condizionata (conditional regard): una modalità relazionale in cui affetto, approvazione o vicinanza sembrano dipendere dalla capacità di soddisfare le aspettative di chi educa. Non si tratta semplicemente di dare un premio o una conseguenza. Il punto è un altro: il rischio che una bambina o un bambino inizino a percepire il legame come qualcosa di incerto, da proteggere attraverso il proprio comportamento.

La differenza può sembrare sottile.

In realtà cambia profondamente il modo in cui una relazione viene vissuta.

Quando l’amore sembra diventare una prova da superare

Se una bambina cresce pensando che l’affetto aumenti quando si comporta bene e diminuisca quando delude le aspettative, potrebbe iniziare a sviluppare una convinzione molto semplice.

“Per continuare a essere amata devo fare la cosa giusta.”

Naturalmente questa non è una conseguenza inevitabile. Ogni persona costruisce la propria storia all’interno di relazioni molto più articolate di una singola dinamica educativa.

La domanda, però, rimane interessante.

Che cosa succede quando, invece di distinguere tra ciò che una persona fa e il valore della relazione, le due cose iniziano lentamente a sovrapporsi?

È una riflessione che va oltre l’infanzia.

Molte persone adulte raccontano di sentirsi responsabili delle emozioni degli altri, di fare fatica a dire di no, di vivere il conflitto come una minaccia al legame o di cercare continuamente conferme del proprio valore.

Attribuire queste esperienze a un’unica causa sarebbe una semplificazione.

Ma è difficile non chiedersi quanto contino, nella costruzione della nostra identità, i messaggi ricevuti molto presto sul rapporto tra amore e approvazione.

Forse il tabù non è quello che pensiamo

Quando si parla di educazione, il dibattito si concentra spesso sulle regole. Quante metterne. Come farle rispettare. Quali conseguenze applicare. Sono domande importanti.

Eppure ce n’è una che compare molto più raramente.

Possiamo “correggere” un comportamento senza far percepire che anche l’affetto sia in discussione?

È una domanda che sposta completamente il punto di vista. Perché il problema non è scegliere tra autorevolezza e permissività. Il problema è capire se il legame debba diventare uno strumento per ottenere obbedienza. Per molto tempo questa idea è sembrata naturale. Oggi, invece, sappiamo che una relazione può essere autorevole anche senza trasformare l’amore in una ricompensa.

Anzi, è proprio la possibilità di sentirsi accolte e accolti anche quando si sbaglia che permette, spesso, di affrontare il conflitto senza viverlo come una minaccia alla relazione.

Un cambiamento che riguarda tutte e tutti

Forse è proprio questo il motivo per cui il tema interessa tutte le persone. L’idea di dover meritare l’affetto non nasce soltanto nelle relazioni familiari e non rimane confinata all’infanzia. Attraversa il modo in cui costruiamo le amicizie. Le relazioni di coppia. I rapporti di lavoro. Perfino il dialogo che abbiamo con noi stesse e noi stessi.

Ogni volta che pensiamo di dover essere impeccabili per essere degne o degni di amore, attenzione o riconoscimento, vale la pena fermarsi un momento. E chiederci da dove venga quella convinzione. Perché crescere significa anche imparare che una relazione può sopravvivere a un errore, a un conflitto o a un limite.

Non perché tutto sia permesso. Ma perché il valore di una persona e il giudizio su un comportamento non sono la stessa cosa. Ed è proprio questa distinzione, forse, il tabù più difficile da mettere in discussione. Per generazioni abbiamo imparato che l’amore educa soprattutto quando viene concesso o ritirato al momento giusto.

Oggi possiamo iniziare a farci una domanda diversa.

Forse crescere una bambina o un bambino significa anche questo: aiutarli a capire che si può sbagliare senza mettere continuamente alla prova il legame con chi si prende cura di loro. Così da evitare di trasmettere un’idea errata di relazione.