Cultura psicologica • Riflessioni

«Ai miei tempi si faceva così»: quando l’esperienza diventa un alibi per non conoscere

Dalle punizioni fisiche alla salute emotiva, dalla tutela digitale agli abusi sui minori: perché continuiamo ad affrontare questioni complesse con risposte semplicistiche? E cosa accade quando l’esperienza personale viene considerata più autorevole della conoscenza?

ai miei tempi si faceva così

Il problema non è ciò che sappiamo, ma ciò che crediamo di sapere

C’è una frase che attraversa le generazioni con sorprendente resistenza: «Ai miei tempi si faceva così e siamo cresciuti tutti bene».

Viene pronunciata per giustificare uno schiaffo, ridimensionare un disagio emotivo, liquidare una preoccupazione educativa. Talvolta compare davanti a questioni più complesse, come l’educazione affettiva e sessuale, gli abusi sui minori o la sicurezza digitale.

È una frase apparentemente innocua, spesso accompagnata da un sorriso. Eppure contiene un’affermazione culturale precisa: ciò che abbiamo vissuto sarebbe sufficiente a dimostrare ciò che è giusto.

Ma l’esperienza personale, per quanto significativa, non è una prova universale. E soprattutto non sostituisce la conoscenza.

Aver attraversato un’epoca non significa averne compreso tutti i limiti.

Ma mettere in discussione la propria educazione può significare anche qualcosa di più doloroso: riconoscere di non essere state amate, amati, ascoltate o cresciuti nel modo in cui avremmo meritato. Significa guardare alla propria infanzia con occhi diversi, dare un nome a ciò che un tempo sembrava normale e accettare che alcune mancanze siano esistite anche all’interno di relazioni affettive importanti.

Non è un passaggio semplice. Talvolta è più rassicurante difendere ciò che abbiamo ricevuto che riconoscere ciò di cui siamo stati privati. Perché mettere in discussione un modello educativo può voler dire mettere in discussione anche il racconto che abbiamo costruito della nostra storia.

Il problema non è ricordare il passato, né riconoscere il valore dell’esperienza. È utilizzarlo come argomento definitivo, sottraendosi alla possibilità che nuove conoscenze mettano in discussione convinzioni consolidate.

Quando questo atteggiamento riguarda bambine, bambini e adolescenti, le conseguenze non sono soltanto culturali. Possono incidere concretamente sul modo in cui vengono educati, ascoltati e protetti.

Essere sopravvissuti non significa essere cresciuti senza conseguenze

Per molto tempo le punizioni fisiche sono state considerate strumenti educativi legittimi. Uno schiaffo poteva essere interpretato come un intervento necessario, una dimostrazione di autorità o persino una forma di attenzione genitoriale.

La normalizzazione era tale che raramente ci si interrogava sulla differenza tra ottenere obbedienza e favorire una crescita sana.

Oggi disponiamo di conoscenze più approfondite.

L’Organizzazione mondiale della sanità, nel rapporto del 2025 sulle punizioni corporali, evidenzia che queste pratiche comportano rischi per la salute fisica e mentale e non producono benefici dimostrati per lo sviluppo infantile.

Eppure, la risposta «Anche io prendevo schiaffi e sono venuto su bene» continua a essere utilizzata per difendere comportamenti che la ricerca invita ad abbandonare.

Qui emerge una distinzione fondamentale: essere sopravvissute e sopravvissuti a un modello educativo non significa che quel modello fosse giusto.

Una persona può aver costruito una vita soddisfacente nonostante alcune esperienze infantili, senza che quelle esperienze abbiano contribuito positivamente alla sua crescita.

La capacità di adattamento umana non dovrebbe diventare una giustificazione delle condizioni alle quali abbiamo dovuto adattarci.

L’autorità dell’esperienza e la difficoltà di cambiare idea

Dal punto di vista socioculturale, l’educazione è stata a lungo organizzata intorno a una distribuzione gerarchica del sapere.

Le persone adulte conoscevano, le bambine e i bambini imparavano. Le generazioni più anziane trasmettevano modelli, quelle più giovani erano chiamate ad assimilarli.

Questa trasmissione ha permesso di conservare conoscenze, pratiche e legami culturali. Ma ha anche contribuito, in alcuni contesti, a perpetuare convinzioni che raramente venivano sottoposte a verifica.

Oggi la disponibilità di informazioni scientifiche, pedagogiche e sociali rende possibile confrontare molte pratiche tradizionali con nuove evidenze.

Non significa che ogni novità rappresenti un progresso, né che ogni convinzione del passato sia sbagliata.

Significa riconoscere che l’autorevolezza non deriva dall’impossibilità di essere contraddetti, ma dalla disponibilità a confrontarsi con ciò che ancora non conosciamo.

Cambiare idea può essere difficile anche perché implica riconoscere che qualcosa che abbiamo ricevuto, praticato o considerato normale potrebbe non essere stato adeguato.

Ma rivedere un modello educativo non equivale necessariamente a condannare le persone che lo hanno adottato. Significa distinguere il contesto storico dalle conoscenze di cui disponiamo oggi.

Educazione emotiva: quando la sofferenza viene scambiata per debolezza

«Non fare storie». «Non è successo niente». «Devi imparare a essere forte».

Sono espressioni che possono appartenere a un’educazione nella quale il controllo delle emozioni veniva considerato più importante della loro comprensione.

In molte famiglie, manifestare paura, tristezza o vulnerabilità era scoraggiato, soprattutto quando entrava in conflitto con aspettative sociali legate alla forza, all’autonomia o ai ruoli di genere.

Il problema non è pretendere che ogni emozione venga continuamente analizzata (anche se sarebbe bello). È considerare alcune emozioni inappropriate prima ancora di comprenderne il significato.

Questa impostazione rivela una concezione dell’infanzia nella quale il comportamento visibile rischia di contare più dell’esperienza soggettiva.

Una bambina silenziosa può essere considerata educata. Un bambino che non piange può essere definito forte. Ma il comportamento esteriore, da solo, non racconta necessariamente il benessere di una persona.

L’educazione emotiva non consiste nell’eliminare limiti e responsabilità. Consiste anche nel riconoscere che le emozioni non diventano meno importanti quando risultano scomode per le persone adulte.

Pedofilia, abusi e immagini online: il costo della superficialità

Esistono argomenti sui quali l’approssimazione diventa particolarmente problematica.

La tutela delle bambine e dei bambini dagli abusi sessuali, per esempio, richiede conoscenze specifiche, capacità di riconoscere situazioni di rischio e disponibilità ad affrontare realtà che possono contraddire le nostre convinzioni.

La rappresentazione dell’abusante come persona necessariamente sconosciuta, riconoscibile o estranea all’ambiente familiare è insufficiente.

Allo stesso modo, parlare indistintamente di pedofilia, abuso sessuale su minori e materiale di abuso sessuale su minori significa confondere condizioni, comportamenti e reati differenti.

La precisione terminologica non è un esercizio accademico. È parte della capacità di comprendere e prevenire.

Anche la condivisione delle fotografie infantili richiede oggi competenze che non possono essere sostituite dal semplice richiamo al buon senso.

«È soltanto una foto». «La mando solo alle persone che conosco». «Non bisogna esagerare».

Ma un’immagine digitale può essere conservata, inoltrata, ripubblicata o utilizzata al di fuori del contesto originario.

L’American Academy of Pediatrics richiama l’attenzione sui rischi dello sharenting, tra cui la perdita di controllo sulle immagini, l’esposizione indesiderata e le implicazioni per la privacy futura delle persone minorenni.

Non significa che ogni fotografia condivisa produca un danno. Significa che la valutazione del rischio richiede informazioni, non soltanto intenzioni rassicuranti.

La buona fede non è una competenza. E voler bene a una bambina o a un bambino non significa conoscere automaticamente tutto ciò che serve per proteggerlo.

Una generazione che interroga la propria eredità educativa

Negli ultimi decenni è cresciuta la visibilità pubblica di temi un tempo confinati alla dimensione privata: psicoterapia, traumi familiari, educazione affettiva, salute mentale genitoriale e trasmissione intergenerazionale della violenza.

Molte madri e molti padri si interrogano oggi non soltanto su come educare le proprie figlie e i propri figli, ma anche sui modelli ricevuti durante l’infanzia.

È un cambiamento culturale significativo, che tuttavia non appartiene esclusivamente a una generazione.

Movimenti pedagogici, femministi, associazioni per i diritti dell’infanzia e professioniste e professionisti della salute mentale hanno contribuito per decenni a mettere in discussione modelli autoritari e pratiche educative dannose.

La novità non è quindi aver scoperto per primi l’importanza della salute mentale, ma la possibilità di rendere queste riflessioni più accessibili e presenti nella vita quotidiana.

Eppure, anche questa maggiore consapevolezza comporta un rischio: trasformare l’educazione informata in una nuova forma di superiorità morale.

Leggere studi, frequentare percorsi terapeutici o conoscere il linguaggio psicologico non rende automaticamente persone adulte migliori.

La differenza emerge quando queste conoscenze modificano realmente il modo di ascoltare, assumersi responsabilità e rispettare l’autonomia delle persone più giovani.

Il diritto dell’infanzia ad avere adulti capaci di imparare

Non possiamo pretendere che ogni madre, padre, insegnante o familiare diventi una persona esperta di psicologia, pedagogia, sicurezza digitale e diritto minorile (anche questo sarebbe molto bello).

Possiamo però riconoscere una responsabilità culturale: sapere quando le proprie conoscenze non sono sufficienti.

Dire «Non lo so, devo informarmi» non indebolisce l’autorevolezza adulta. Può renderla più credibile.

Perché il punto non è crescere bambine e bambini secondo l’ultima tendenza educativa, né sostituire ogni tradizione con una nuova prescrizione.

È abbandonare l’idea che ciò che abbiamo sempre fatto debba continuare a essere fatto soltanto perché ci è familiare.

Le conoscenze cambiano. I contesti sociali cambiano. Emergono rischi che prima non esistevano e diventano riconoscibili danni che un tempo venivano normalizzati.

L’esperienza rimane preziosa, ma perde valore quando viene utilizzata per impedire nuove domande.

Le bambine e i bambini non hanno bisogno di persone adulte che sappiano tutto. Hanno bisogno di persone adulte che non considerino concluso il proprio apprendimento.

E forse il vero progresso educativo non consiste nel poter dire che siamo cresciuti tutti bene, ma nell’avere finalmente il coraggio di domandarci se avremmo potuto crescere meglio.